di Carlo Alberto Parmeggiani

Budrione Migliarina

ovvero Migliarina Budrione

L'Emilia è fatta a zone e ogni zona ha le sue prerogative. Ferrara ha del buon pane, Bologna i tortellini, Modena il lambrusco e lo zampone, Reggio ha il grana, Parma il culatello e l'aria fine, Piacenza, invece, si sente più lombarda che emiliana. E Budrione e Migliarina? Budrione e Migliarina hanno dei campioni della boccia del punto e del pallino, hanno il radic­chio alto come un uomo e dei maestri del gioco del “cotecchio” che potrebbero benissimo tenere dei corsi nelle scuole.

Il “cotecchio”, per chi non lo sa ancora, è un gioco delle carte molto popolare. Occorre un'ottima memoria e una logica precisa, senza deroghe alle disattenzioni. E' un gioco di nervi, di argute ragionate e di tenuta cerebrale. E' anche un gioco degli inganni e della sottrazione e perde chi si lascia infinocchiare da certe insolite aperture, o teme di avere troppi assi in mano.

Al circolo Arci di Migliarina ci sono dei buoni giocatori, anzi dei santoni che scrutano la vita sul tavolo da gioco, così come ci sono a Budrione. Sono per lo più signori dai capelli grigi e dalle solide strut­ture contadine, già che ai giovani, più diafani e meno talentosi, pare non garbare di stare a cogitare su una napula di spade o di bastoni, o su un venticinque terzo di denari con la scapadòra.  Ogni tanto qualcuno si mette a bestemmiare, per via di una cattiva mano, o per via di un pivello che con cinque mani a coppe cerca di scap­pare dalla presa con una carta bassa, anziché con la mediana.

«Te giochi peggio di mio nipote che fa la prima elementare» dice a un giovanotto con la testa china, il signor Rodolfo Gavioli, responsabile di quella attività ricreativa e che non sopporta vedere giocar male.

«E allora gioca te, che sei un professore!» gli risponde risentito il giovanotto che ha cercato di scappare dalla presa con la carta bassa anziché con la mediana e che ora si trova con tre segni da pagare.  

«Voi giovani proprio non capite questo gioco – gli risponde desolato il signor Gavioli, che ama andare per le spicce e ama la battuta –. Non so nemmeno se capite qualche cosa». 

Visto che, al di là dei suoi modi sbrigativi e della sua robusta mole, è una persona assai cordiale, diventiamo presto amici e io ne approfitto per fare una chiacchierata, nell'attesa del parroco di Budrione e Migliarina a cui dovrei chiedere di alcune meritorie iniziative che coinvolgono tutte e due le frazioni che, mi hanno detto prima di partire, si guardano in cagnesco da una vita.

«E' vero – gli chiedo, mettendomi a sedere – che tra voi e quelli che stanno di là dall'autostrada non c'è mai stato un sangue uguale?»

Il signor Gavioli mi sorride, come si sorride a un nipote che fa la prima elementare. «Tra noi e loro – dice – c'è sempre stata una benevola avversione, alimentata più con le parole che non con fatti concre­ti. Tanto è vero che noi abbiamo sempre fatto le cose importanti tutti insieme... a parte – aggiunge, mali­zioso – che loro sono un po' tirati e non è facile fargli aprire il borsellino e poi non vedono più in là del loro naso».  

Il signor Gavioli a questo punto prende il volo e mi apre il cuore come se finalmente avesse trovato uno a cui parlare di cose che non siano le carte o i gioca­tori che sbagliano le sottili ragionate.

«Noi qui, dell'Arci – riprende a dire mettendosi a fumare – siamo in più di trecento soci e molti vengono da diversi luoghi. Vengono da Carpi, da Correggio, Fossoli, persino Budrione, mentre noi, di Migliarina è raro che si vada al loro Bocciodromo, che poi – ag­giunge, ancor più malizioso – è tutto quello che hanno nel paese. Noi qui attiviamo molte cose: commedie dialet­tali, corsi di informatica e di piano, tombole e tornei di vari giochi, mentre loro non hanno che le bocce e qualche tavolo da gioco in mezzo a una grande confusione».

Scambiandomi per qualcuno d'importante, forse per il fatto che fumo le Marlboro, o perché con me c'è una giovane donna ben vestita e assai graziosa, il signor Gavioli cambia tono e parla in italiano, e alla mia domanda di quale altra attività si vanti il circolo che lui dirige, mi parla dei fiori che il giardino dell'Arci è riuscito a far sbocciare. Ossia mi parla delle attività sportive che gli danno delle soddisfa­zioni. Mi parla di due squadre di pallavolo, prime nel girone amatoriale in cui sono inserite. Mi parla anche di due squadre di calcio che si fanno rispettare nei tornei della provincia, e di una, in particolare, il Borgolel­la, finanziata dal signor Campedelli, un'ot­tima persona, che fa tremare gli avversari.

E' un uomo attivo, il signor Gavioli, uno di quelli che non stanno con le mani in mano e vorrebbe che anche gli altri, giovani ed anziani, si dessero da fare per le attività utili al paese. Ma il suo è il riprovero del padre che prende su di sé il peso della conduzione familiare. E' l'ammiccante brontolamento di chi sa di meritare la stima di cui gode nel paese. In realtà non dispera dei giovani del luogo, che, sebbene non siano dei grandi giocatori di cotecchio, sono di pasta buona ed educati – dice – e al momento del bisogno si fan trovare in casa.

Ha un solo grande cruccio, il signor Gavioli, e me ne parla come di una spina che gli arriva al cuore. Si rammarica del fatto che il Comune pare abbia abbando­nato la frazione al suo destino.

«Ogni cosa che facciamo – dice, sistemandosi gli occhiali – la facciamo noi, da soli. Talvolta con l'aiuto dell'Anpi e della sezione del partito, quello nuovo. Abbiamo fatto tutto con le nostre mani e i nostri capitali e la nostra voglia di fare qualche cosa per la gente fra cui anch'io sono nato. Il Comune – aggiunge, risistemandosi gli occhiali – ci ha dimenti­cati. E dire che ci sono delle strade qui in paese che se piove c'è il rischio d'annegare! e se nevica ci dovrebbero lanciare la farina col paracadu­te! Per non parlare poi di certa illuminazione per le vie di campagna, che in certi punti sembra d'essere tornati al Medioevo... Noi – riprende a dire, dopo un attimo di esitazione – non vogliamo del denaro dal Comune, ma almeno vorremmo poter utilizzare i loro macchinari, visto che da noi tutti sanno lavorare e sanno riparare ogni genere di cosa».

Frattanto, fra una fumata e l'altra, e altri rim­proveri al Comune – che non è più quello che era prima e ha perso una gran fetta di prestigio – dice, ciondo­lando la testa in segno di disapprova­zione, arriva il prete. O meglio, appare il suo vestito scuro. Lo vedo e lo saluto, ma lui, che pare morso da un nugolo di vespe inviperite, non riesce a stare quieto ed è subito impegnato con un tale, per via di certe loro cose e che li impegna in una breve e segreta discus­sione.

A malincuore saluto quindi il signor Gavioli, a cui prometto che se un giorno vorrò fare la figura del pistola, mi siederò a un tavolo da gioco per fare una partita, ovviamente dopo avere un po' studiato gli avversari, se mai mi contasse qualche cosa. 

Con don Martini proseguiamo dunque in auto verso le terre di quelli che stanno al di là dell'autostrada. Io e lui ci conosciamo quasi da una vita e, conoscendoci, abbiamo idee contrarie, sebbene ciò non tolga che per pietà cristiana lui mi sopporti come una pecora smar­rita.

 

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