L’urlo e il silenzio

L’urlo e il silenzio

L'altro giorno, come tutti i giorni, sono andata a riprendermi Cristian all’asilo subito dopo pranzo. Non a riprenderlo, a riprendermelo, perché portarlo via a quell’ora è una cosa che faccio un po’ per lui, perché possa dormire comodo nel suo letto, e molto per me, perché possa addormentarsi appiccicato alla mia schiena. Usciamo dall’edificio per raggiungere l’auto e, a qualche passo di distanza da noi, c’è una nonna, che, a sua volta, è andata a riprendersi il suo nipotino. Il bambino non è in classe con Cristian e, dal suo aspetto, direi che sia nella classe dei più grandi: avrà 5 anni, non di più. Cristian a quell’ora è molto stanco, di quella stanchezza a cui non vuole cedere, che non riesce nemmeno ad ammettere e, dopo una mattinata passata a fare l’estenuante lavoro del gioco e della conoscenza del mondo, ha un estremo bisogno di andare a casa e riposarsi. La stanchezza lo rende, come tutti i giorni, estremamente capriccioso, irascibile, quasi intrattabile, ma si dirige svelto verso il cancelletto, dove aspetta sempre che io arrivi per sbloccarlo e uscire insieme. Dietro di noi, sento un vociare provenire dalla nonna: urla al nipotino di farsi tenere la porta aperta, evidentemente la sua statura non le permette di raggiungere agevolmente l’interruttore per sbloccare il cancello. Il bambino, solerte, mi grida, da dietro, di aspettarlo e lasciare la porta aperta per lui. “Ok”, gli urlo di rimando, e attendo che arrivi per mollargli il cancelletto e raggiungere presto casa, dove finalmente Cristian potrà dormire e smettere di fare capricci. 

Il bambino ci raggiunge, gli cedo il cancelletto, mi volto e faccio per scortare Cristian verso la macchina. Non faccio in tempo a percorrere due passi, che, nell’arco di un istante, una tempesta di eventi mi travolge: il cancelletto si chiude – sono di spalle, quindi non so se il bambino ha lasciato che si chiudesse di proposito, o se gli è semplicemente scappato via –, la nonna, ormai prossima all’uscita, urla al bambino: “Fottuto!”. I miei occhi si fanno enormi, ci entra dentro sgomento, straniamento, tristezza. “Forse ho capito male”, penso, e do le spalle alla scena, sono codarda, voglio ignorarla. Il tono della nonna si fa possente, perentorio: “Adesso ti do uno schiaffo!”, urla forte, stizzita. Siamo arrivati alla macchina. La apro e sono costretta a girarmi. Davanti a me, tre genitori con i miei stessi occhi: increduli, attoniti, sgomenti. In un solo minuto, un fiume intero di sensazioni investe la mia anima: mi sento stranita, e subito dopo migliore, e subito dopo ancora colpevole per essermi sentita migliore. Cristian, così teneramente bambino da essere inconsapevole, continua con la solita litania di lagne che ci accompagnerà fino a casa. Io, che normalmente reagisco male ai capricci e mi innervosisco, cado in un silenzio di tomba. Tutto quello che riesco a dire è un “Dài” di incoraggiamento, per esortarlo a salire in macchina. Nel silenzio, lo carico sul seggiolino, lo lego. Raggiungo la postazione di guida, mi allaccio la cintura, parto. Guido fino a casa. Ogni tanto, Cristian mi fa delle domande, rispondo a monosillabi. 

Una volta a casa, lo preparo per la nanna: come ogni giorno, laviamo le manine, i dentini con la spazzolino dei Paw Patrol, quello che gli piace tanto, e poi via, insieme nel lettone. È così stanco da fare i capricci perfino per dormire. Dice di non avere sonno ma io lo conosco e so che Morfeo se lo porterà via non appena chiuderà gli occhi. Oggi non replico ai capricci, non sbuffo e non mi indispongo. Mentre miagola frasi senza senso, gli accarezzo piano il mento. Sussurro: “Fai la nanna”. Si sdraia e, come avevo previsto, dopo pochi minuti è distante da me, in un sogno lontano che gli auguro sia il più bello di sempre. Come ogni giorno, Cristian dorme sereno. Io, invece, faccio una cosa che non faccio mai: resto molle e distesa a fissare il soffitto. Faccio pensieri strani, pesanti e, per un po’, mi assento e perdo completamente la cognizione del tempo.

1012 visualizzazioni