La riunione di inizio anno

La riunione di inizio anno

Sono seduta su una seggiolina che, date le dimensioni, doveva essere appartenuta al cugino basso di Brontolo. Nella sala esposta ad ovest, verandata con affaccio diretto sulle pendici del Tropico del Capricorno, si respira un’afa soffocante, viziata dalle migliaia di calzini sudici che ci stazionano ogni giorno e dall’insana decisione delle maestre di tenere le finestre a vasistas chiuse, impedendo alla piacevole brezza settembrina di favorire il ricircolo dell’aria nell’ambiente. Per un attimo, ho il sospetto che ci abbiano rapiti. La lettera ricevuta per posta era tutta una scusa per rinchiuderci qui dentro e lasciarci a contenderci i mini wc nell’area bagni e i succhi di frutta nella sala mensa, sotto il controllo di un malato pazzoide che osserva i sopravvissuti dalle telecamere di sicurezza.

 

Ti prego, Jigsaw, risparmia almeno me: ho fatto partire la lavatrice dei bianchi e devo tornare a casa a stenderla, se no poi sai la puzza e addio Lenor al gelsomino scarlatto. Mi sono docciata da poco e i capelli ancora semi bagnati, insieme alla scomoda postura nella quale mi ritrovo, risvegliano in me un delizioso accenno di cervicale e l’amara consapevolezza che ormai non ho più l’età per lasciare che i capelli mi si asciughino al vento. Il caldo opprimente mi costringe all’iperidrosi precoce, nonostante sia appena uscita dalla doccia: praticamente, sudo Badedas. Iniziamo e riprendiamo la riunione un numero indefinito di volte, per accogliere quei genitori che si presentano in ritardo di tre Cenozioci rispetto all’orario stabilito e che non si degnano nemmeno di scusarsi; Jigsaw, amico mio: sai da chi dovrai iniziare.
 

Trascorriamo l’ora successiva discorrendo delle esatte dimensioni della foto segnaletica da apporre all’armadietto, dei numeri di cambi di mutandine da produrre, di un tale chiamato Elmer che non ho idea di chi cazzo sia ma che evidentemente ha fatto qualcosa di grande e straordinario, da spodestare Napoleone e riempirci i sussidiari, perché monopolizza i discorsi e le attenzioni di quasi tutti gli individui che mi circondano. Scopriamo con entusiasmo che Giàstin Morgan ha ancora qualche problema col pannolino, che Selvalaura rifiuta il bavaglino, che Biancastella non ha ancora mollato il ciuccio. Un papà seduto di fronte a me, che indossa un paio di calzini lunghi color gesso – e che già solo per questo meriterebbe di essere il primo sulla lista del killer – parla con la flemma e la vitalità tipiche di un paziente in trip da Vicodin.


C’è poi chi si sofferma sulle esatte dimensioni del sacchetto che dovrà contenere i cambi di vestiario, chi vuole conoscerne le specifiche tecniche, chi ne chiede una Product Specification e chi un ologramma il più realistico possibile.


Un boato di preoccupazione si alza, violento, quando le educatrici comunicano che il menù settimanale dei pasti offerti dalla mensa sarà apposto nell’ingresso, a destra della porta principale. L’angoscia dei membri dell’Associazione “Liberi dall’olio di palma” è palpabile, qualcuno cerca su Google il numero del Centro Antiveleni e lo associa immediatamente al numero 1 delle chiamate rapide.
 

Un silenzio solenne cala improvvisamente sull’aula quando ci viene comunicato che, nei prossimi giorni, dovremo eleggere fra di noi l’incaricato alla rappresentanza di sezione: nessuno osa guardarsi intorno, tutti gli sguardi rivolti verso il pavimento, c’è chi finge di avere urgente bisogno della toilette e chi intavola conversazioni improbabili con lo sconosciuto vicino di banco.


La riunione è finalmente sciolta e gli altri genitori si organizzano in piccoli gruppetti per dedicarsi alle solite chiacchiere tipiche di questo genere di incontri: “Pensa, il mio produce due parallelepipedi di cacca al giorno”, “Oh, il mio invece tre, ha un intestino crasso da urlo!”.
Mi allontano con passo veloce e mi riprometto di non farmi mai convincere a candidarmi come rappresentante. In lontananza, sento qualcuno pronunciare le parole “chat” e “WhatsApp” nella stessa frase. Realizzo che è il momento di sparire da lì: accelero il passo, raggiungo finalmente l’auto e mi ci fiondo dentro. In lacrime, chiamo il mio operatore telefonico, chiedo il recesso immediato dal contratto e disinstallo risoluta la diabolica applicazione.


Non ci provate. Non uso WhatsApp. Sono stata rapita dagli alieni.


Addio.

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