Il privato per principio

Il privato per principio

L’altro giorno raccontavo a una persona che mio figlio più grande sta facendo una serie di visite ortottiche perché, nonostante la giovane età, è già miope e presto dovrà iniziare ad usare gli occhiali. Il bambino, le dicevo, è seguito da un ospedale pubblico che lo tiene sotto controllo e valuta periodicamente le sue condizioni e i correttivi da intraprendere. Subito dopo le primissime battute, prima ancora che avessi il tempo di approfondire la questione, la mia interlocutrice mi ha subito fatto il nome di due strutture private nei paraggi, chiedendomi perché non l’avessi portato lì. La conversazione è rimasta sul superficiale e non ho avuto modo di argomentare, ma mi sono chiesta il perché di quella domanda. Non mi stavo lamentando dei servizi offerti dal Servizio sanitario nazionale, non avevo fatto cenno a lunghe liste d’attesa o a una manifesta incompetenza degli operatori: perché suggerirmi di portarlo in una struttura privata?

Devo anzi riconoscere una professionalità incredibile ai medici che ci stanno seguendo, una disponibilità unica e una pazienza rara, considerando che hanno a che fare con un bambino di tre anni non sempre esattamente collaborante. Il tutto vicino a casa e al costo di otto euro di ticket sanitario. Otto euro. Perché dovrei portarlo in una struttura a pagamento?

 

In effetti, l’idea che la sanità privata sia automaticamente migliore di quella pubblica è, spesso, molto radicata. Ed è pur vero che, in certe zone e per certe condizioni cliniche, risulta irrinunciabile pagare per farsi curare. Male. Sbagliato. La nostra sanità pubblica è assolutamente e indiscutibilmente migliorabile. A tratti molto migliorabile. A tratti urgentemente migliorabile. Ma perché denigrarla tout court? Perché relegarla necessariamente a sanità di serie B, anche quando si comporta da fuoriclasse? 

 

Sento spesso, in effetti, mamme che snobbano il pediatra della Ausl a favore di quello privato. A volte perché quello della Ausl fa fatica a visitare a domicilio, mentre quello privato, incentivato dalla prospettiva dell’incasso della parcella, raggiunge più facilmente i piccoli pazienti, anche quando, forse, non sarebbe strettamente necessario. A volte perché quello privato risponde al telefono più tempestivamente. Altre volte perché ha un approccio a svariati temi legati alla puericultura più vicino al nostro– svezzamento, utilizzo della medicina alternativa, sensibilità più o meno spiccata verso i temi ecologici e ambientali. 

 

A volte, però, ho come l’impressione che il pediatra privato venga considerato migliore semplicemente perché si fa pagare. Come se una parcella autodeterminata desse un valore aggiunto al suo operato. Come se il tempo di un professionista che un sistema di welfare mette a disposizione dei pazienti in forma gratuita togliesse qualcosa alla sua capacità. E allora mi viene da ricordarmi, e da ricordarci, che avere a disposizione un Servizio sanitario nazionale è qualcosa di estremamente prezioso, da non dare per scontato. Perché noi con il Servizio sanitario nazionale ci siamo nati, ma non è mica sempre stato così. E in altri stati, altrettanto – se non maggiormente – avanzati, e assolutamente sovrapponibili al nostro dal punto di vista socio-economico, se non hai soldi, non ti curi. E allora avercene, di Pronto soccorso che ti accolgono e ti curano, dando le giuste precedenze ai casi urgenti, e applicando un piccolo corrispettivo economico, anche se hai un ginocchio sbucciato. Avercene, di reparti di Ortottica infantili, popolati da medici giovani, competenti e professionali, con macchinari all’avanguardia e tecniche aggiornate, che seguono i bambini fin dall’esordio della patologia, il tutto per pochi spicci. 

 

E allora, stando così le cose, sarebbe davvero stupido non approfittarne. Portarlo nella struttura privata per principio, perché se li paghi saranno sicuramente più bravi. Sarebbe stupido fare di tutta l’erba un fascio e pensare che, siccome al cugino del vicino di casa di mio fratello, nell’anno 1988 hanno operato il femore destro invece del sinistro, la sanità sia da buttare in blocco.

La sanità va migliorata, va implementata. Va ricucita laddove troppo, negli ultimi anni, è stata tagliuzzata. Ma non mettiamo toppe se non ci sono squarci. Non rattoppiamo ciò che non serve rattoppare. Fidiamoci e affidiamoci. A volte, la strada giusta da percorrere è, banalmente, quella più semplice. 

1163 visualizzazioni