Il misterioso caso del micetto puffoso

Il misterioso caso del micetto puffoso

Quando, circa un anno e mezzo fa, in netto ritardo rispetto alla media nazionale, ho iniziato ad usare Facebook, ero completamente inesperta e inconsapevole, non avevo la più pallida idea di come si utilizzasse, di cosa evitare, di come interagire. Era, per me, un mondo completamente nuovo. Dopo pochissimi giorni dalla mia iscrizione, mi arrivò una richiesta di amicizia da un tale che, per motivi di privacy, chiamerò CS. CS era un tizio che avevo conosciuto diversi anni fa, un amico del mio ex titolare e uno che, per un periodo, aveva seriamente rischiato di diventare il mio datore di lavoro.

Avevamo sostenuto diversi colloqui conoscitivi e pensavamo potesse nascere una collaborazione. Poi, in realtà, le nostre strade non riuscirono a incrociarsi e le nostre vite lavorative presero due pieghe differenti.

Lui era il tipico sborone riccastro: sui 40, dirigente di un’azienda piccola ma ben avviata, guidava macchinoni tedeschi e indossava polo Ralph Lauren. Era lievemente altezzoso ma di quell’altezzosità non fastidiosa, non bavosa: lo definirei piuttosto uno che nella vita ha raggiunto presto una buona condizione e se la gode. Uno sborone che fa sorridere. Uno sborone simpatico.

Avendo sempre avuto con lui un rapporto cordiale e informale, gli concessi l’amicizia, anche se la sua foto profilo mi colpì non poco. Come avatar, aveva (e ha tuttora) un gattino arruffato che miagolerà, uno di quelli miciosi e teneri e batuffolosi alla Anne Geddes e, caspiterina, tutto avrei creduto di lui meno che fosse un tipo da Anne Geddes. “Toh guarda, e chi l’avrebbe mai detto che fosse un appassionato di micini puffosi”, pensai, ma boh, su Facebook vedevo gattini dovunque, probabilmente era una cosa normale. E poi si chiamava CS, avevamo alcuni amici in comune e abitava vicino a me, perciò non potevo sbagliarmi: doveva essere per forza lui. CS era uno di quei tipici contatti che fanno solo numero: non lo sentivo mai. 

 

Mai lui interagì con me e mai io lessi qualcosa sulla sua bacheca. Era lì, parcheggiato. Di tanto in tanto, nella home mi apparivano dei post sponsorizzati di pagine o esercizi commerciali in cui mi avvertivano: “Piace a CS”. E io, ogni singola volta, mi ritrovavo a considerare che io di ‘sto tizio non dovevo proprio averci capito una mazza, perché erano tutti esercizi o attività completamente in controtendenza rispetto a quello che io avevo colto di lui. Tipo un rivenditore di abbigliamento giovane e tamarro, come Datch e Lonsdale, o un kebabbaro di pessima fama, e io, che me lo figuravo coi suoi pantaloni cachi seduto al tavolo di un Relais e Chateaux, non riuscivo proprio a darmi alcuna spiegazione, se non quella che, prima di catalogare una persona, bisognava averla fra le amicizie di Facebook. Chiaro come il sole. L’unica occasione, durante l’intero anno solare, in cui CS si fece sentire, fu il giorno del mio compleanno dell’anno scorso. Mi scrisse: “Auguri!”; io risposi: “Grazie!”, e tornammo ad essere perfettamente silenti, il nulla totale per un altro anno. Fino a ieri che era, appunto, il giorno del mio compleanno. Mi arriva il suo consueto: “Auguri!”; e così rispondo, in una botta di ironia:“Grazie, noi ci sentiamo una volta l’anno!”. E lui, in tutta risposta, mi manda il pollice all’insù. Colpita da cotanta favella, rispondo, con un emoticon allegra: “Che loquacità!”. 

 

Ed è così che mi arriva il suo primo messaggio vocale. Un messaggio vocale di pochi secondi. Lo ascolto e subito rimango estremamente stupita dalla sua voce: ha una netta cadenza emiliana, così netta che sembra di sentire parlare gli artigiani di Poltrone&Sofà. Non ricordavo minimamente questa sua inflessione così caratteristica, mi pareva piuttosto che fosse un tipo abbastanza impostato, uno di quelli che sembra abbiano fatto un corso di dizione. 

Rimango spiazzata ma boh, penso, è parecchio che non lo sento, l’età avanza: può darsi che mi ricordi male. 

 

Nel vocale non dice nulla di che, si limita a scusarsi perché sta guidando e quindi non riesce a scrivere. E io, che me lo immagino lì, alla guida del suo Mercedes CL con gli interni in pelle umana e il navigatore con la voce di Fernando Alonso, non posso trattenermi dal chiedergli, scherzando: “Ma, uno come te, non ce l’ha un servo che digita i messaggi al posto suo?”. Con una rapidità tempestiva, mi invia un nuovo vocale di pochi secondi, nel quale, ridendo, con la sua inflessione da piadinaro di Riccione, mi chiede: “Ma figurati, quale servo, e poi chi lo paga?”. Fa il modesto, penso io, e replico, cocciuta: “Nemmeno una segretaria tuttofare?”. E qui, cari miei, CS mi risponde, in mezzo italiano e mezzo dialetto: “Mossè, mo guarda vè che le segretarie tuttofare non vanno mica coi camionari, vanno con quelli coi portafogli gonfi!”.

 

E d’un tratto, amici miei, mi è tutto chiaro. 

D’un tratto, con sommo stupore e frustrazione crescente, prendo coscienza di essere una cogliona di quelle con la patente nautica. Di quelle che navigano in un mare di idiozia senza nemmeno rendersene conto. Avevo scambiato persona. 

Stavo parlando con un autista di camion sconosciuto e non col dirigente fighetto che avevo incontrato tempo fa. Insomma, mi rendo conto di essere una rimbambita col botto. E in quello stesso preciso momento, carissimi amici, realizzo che ciò che mi stupisce maggiormente, di tutta questa faccenda, non è tanto il fatto che questo tizio si chiami esattamente come il manager fighetto, che abiti, esattamente come lui, in un paese vicino al mio e che abbia in comune con me diverse amicizie.

Ciò che mi colpisce maggiormente di questa vicenda è che uno sconosciuto che si fa sentire una volta l’anno per farmi gli auguri di compleanno, quando gli chiedo come sia possibile che uno come lui non abbia un servo che digita al posto suo, quando cioè si rende abbastanza evidente, insomma, che ci sia un qui pro quo di fondo, anziché fermarmi subito e dirmi: “Bella, qualcosa mi dice che hai sbagliato persona”, mi risponda sereno e continui la conversazione come se nulla fosse, come se noi ci conoscessimo da sempre e come se fosse normale che un’estranea chieda ad un autista di camion se non ha una segretaria tuttofare. 

Oh raga: io son rincoglionita dura, ma lui deve avere mangiato un po’ troppo kebab.

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