Esposta a gravidanze: assunzione addio

Esposta a gravidanze: assunzione addio

Mi ricordo ancora il giorno  in cui, per la prima volta,  fui discriminata perché  donna. Lo ricordo come fosse ieri.  Era un pomeriggio di inizio estate  e le temperature erano già roventi.  Mi recai al colloquio con un abbigliamento  formale ma non troppo  impegnativo, un casual-chic che mi  sembrava si addicesse bene al ruolo  proposto e alla mia giovane età.

Ci tenevo particolarmente a  prendere parte alla selezione perché  la posizione aperta era perfettamente  aderente a ciò a cui mi ero  dedicata negli ultimi anni e, per  giunta, provenivo da un’azienda  facente parte dello stesso identico  settore di quella presso la quale avrei  sostenuto il colloquio. Si potrebbe  dire che le due compagnie fossero  concorrenti.

Non mi spaventava  la distanza da casa, né la mole di  lavoro che avrei dovuto sostenere.  Ero giovane e ambiziosa, non temevo  la fatica. Arrivai al colloquio in  perfetto orario. La sede dell’azienda  sorgeva in una casa  coloniale di campagna  e la tenuta era  meravigliosa: nel  suo giardino, verde  e immenso, stazionavano  due pavoni  che pareva facessero  da guardia  alla cancellata alta  e imponente.

Mi  sentivo già a casa.  Fui esaminata  da un tizio che si  presentò come un  consulente esterno:  naso arcigno,  occhiali scuri e un fare da stronzo. Sostenni il suo sguardo indagatore  e il suo colloquio inquisitore senza  timore, ad ogni domanda rispondevo  con calma e puntualità. Non  mi toccavano i suoi tentativi di  mettermi in difficoltà: volevo quel  posto e l’avrei ottenuto. L’intervista  si protrasse per più di un’ora e  mezza. La ricordo come la più lunga  della mia vita.

Lì per lì pensai che  probabilmente non mi avrebbero  esaminato così a lungo nemmeno se  mi fossi candidata come Presidente  della Repubblica, ma i miei timori  venivano sistematicamente spazzati  via da quelli che sembravano essere  elementi sempre positivi: avevo  esperienza pluriennale in quella  stessa mansione, conoscevo bene il  settore e in qualche caso ero perfino  riuscita a far sorridere lo stronzo.  

Tutto pareva filare liscio.  Lo stronzo esaminò le mie conoscenze  linguistiche in tre idiomi  diversi: passai tutti e tre gli esami  senza esitazioni. Stava per attaccare  con il quarto idioma quando, all’improvviso,  con il sudore appiccicato  alla camicia e gli occhiali che gli scivolavano  sul naso, sibilò: “Ha sostenuto  davvero un buon colloquio ed  è esattamente quello che stavamo  cercando.

Peccato che è una donna  ed è giovane, e questo per noi rappresenta  un problema…”.  Nella mia testa, tutti insieme, si  affollarono una miriade di pensieri.  Mi chiesi perché, perché mi aveva  convocata, perché mi aveva fatto  perdere tutto quel tempo, visto che  era in possesso del mio curriculum  da settimane e da quest’ultimo si  evincevano abbastanza chiaramente  sia il mio sesso che la mia età. 

Mi chiesi come gli fosse venuto in  mente di fare una dichiarazione  tanto stronza e tanto esplicita. Mi  chiesi perché mi aveva intervista perfino in tedesco, e se per caso  pensava che, alla fine del colloquio,  mi sarei resa disponibile a sottopormi  ad un cambiamento di sesso pur  di ottenere il posto. Mi chiesi perché  cazzo dovessi vivere in un mondo  nel quale un utero rappresentava  un problema.

Mi chiesi che caspita  ci facessi lì, davanti a quello stronzo  da un’ora e mezza, a prodigarmi  per una scrivania che non sarebbe  mai stata mia, che non sarebbe  mai stata di nessuna donna in età  fertile. E mentre aprii la bocca per  dirglielo, che era uno stronzo sessista,  lui aggiunse, sogghignando:  “La mia segretaria ha avuto un figlio  da poco. Purtroppo non ho potuto  fare niente, era a tempo indeterminato  – fece una piccola pausa –: ma  ci siamo messi d’accordo e mi ha  promesso di non farne più. Adesso  basta eh, le ho detto!”.

E rise con un  ghigno malefico.  Ero amareggiata. Amareggiata e  mortificata come non lo ero mai stata.  Mi sentii una perfetta idiota, ad  aver pensato anche  solo per un attimo  che quell’uomo mi  avrebbe assunta. E  mi sentivo schifata.  Dalla sua presunzione,  dalla sua  piccolezza, dalla  sua meschinità. Avrei voluto pestare  i piedi, alzare  la voce, restituirgli  almeno un po’ del  viscidume che lui  aveva riversato su  di me negli ultimi  minuti di quell’assurdo  colloquio. 

Avrei voluto umiliarlo,  come lui aveva fatto con me  e con la sua povera segretaria, costretta  a concordare con lui la numerosità  della propria prole. Non  feci niente di tutto questo. Ero talmente  giovane e disillusa che non  ne trovai la forza. Mi limitai ad alzarmi  e andarmene.  Mi rimisi in macchina con addosso  un senso di ingiustizia mai  provato, così forte e violento da opprimermi  lo sterno.

Accelerai per  uscire dal cancello e per lasciarmi  alle spalle i due pavoni, così stanchi  e accaldati da non riuscire nemmeno  ad aprire la coda per farne  sfoggio. Tutta insieme mi assalì la  chiara sensazione di trovarmi nel  posto sbagliato, e il posto sbagliato  non era quella tenuta, in quella  campagna, in quel pomeriggio di  inizio estate. Il posto sbagliato era  l’intero, era tutto ciò che mi circondava. 

Era un 2012 che aveva tutta  l’aria di un 1400. Era una società in  cui si inneggiava a un’emancipazione  ancora tutta da costruire. Era un  creato che pretendeva ancora di  relegare le donne in un angolo del  focolare a sfornare figli e a preparare  il brasato. Era un creato che non era  creato per me.  Quel giorno non accesi la radio.  Mi diressi a casa nel silenzio dell’abitacolo. 

Percorsi il tragitto rincorrendo  i miei pensieri e pesando mentalmente  ogni grammo della delusione  appena ricevuta.  In quel pomeriggio di inizio  estate, mentre guidavo, giovane, la  mia auto verso casa, e assaggiavo  l’amarezza di quell’immensa indignazione,  non sapevo quante altre  volte avrei sentito in bocca lo stesso  identico sapore, quando, anni dopo,  il problema non sarebbe più stato il  mio giovane utero, ma i miei figli,  piccoli, che mi aspettavano a casa.  

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