Sopprimere una Diocesi non può essere solo una scelta organizzativa, Lettera firmata

Sopprimere una Diocesi non può essere solo una scelta organizzativa, Lettera firmata

In questi afosi pomeriggi estivi, può capitare di entrare nella fresca Cattedrale di Carpi. Percorrendo la navata destra, si arriva al transetto, per terra le lapidi di sepoltura dei vescovi Pranzini, Dalla Zuanna e Prati. Appena oltre, nell’atrio dell’altare di San Valeriano, ecco di fronte la reliquia del Beato Odoardo. Non a caso, in questo dialogo memoriale di spazio devozionale, vescovi e santi stanno gli uni di fronte agli altri a ricordarci il cammino e a proporre un percorso di fede e di dialogo che trascende il tempo e lo racchiude nella dimensione spaziale di alcuni metri quadrati, sotto il benevolo sguardo dell’Assunta. La questione della soppressione di una Chiesa locale non è semplicemente un fatto meramente organizzativo e di gestione burocratica ma principalmente un atto che si colloca in una dimensione spirituale, recidendo una fraternità che cammina da secoli e che trova nella guida del proprio pastore, un riferimento insostituibile. In un territorio come quello della Diocesi di Carpi, lo Spirito ha avuto delle sponde importanti nei vescovi, nei sacerdoti e nei tanti laici per narrare in modo creativo e vivace il Vangelo di Gesù Cristo. Certo, ci possono essere ottimizzazioni da fare, come già indicato dall’amministratore apostolico Castellucci: è tempo di trovare sinergie e dialogo tra le chiese vicine. Ma Carpi ha il giusto entusiasmo dei fedeli, e né più né meno i problemi di tante diocesi italiane rispetto a invecchiamento del clero e secolarizzazione.

Basti poi pensare che la diocesi di Fidenza (77mila abitanti, quasi la metà della nostra) ha ricevuto, nel 2017, un nuovo e giovane vescovo e che Imola, sostanzialmente simile a Carpi, lo ha avuto in queste settimane dopo il categorico rifiuto di unirsi a Faenza. E noi che ne pensiamo? Ancora una volta siamo destinati a essere messi in secondo piano rispetto a Modena, a perdere anche questo segno che contraddistingue e unisce le comunità, certamente meno numerose di prima, ma comunque dignitose di continuare quel cammino? Emerge, nel dialogo con le persone – anche giovani –, la coscienza che la creazione di una nuova entità “Modena-Carpi-Nonantola” che parta da Fiumalbo e arrivi fino a San Martino Spino lasci davvero perplessi: si tratterebbe di un territorio di quasi 700 mila persone, di non facile amministrazione e che porterebbe le realtà più periferiche a perdere contatto con quel pastore, di cui sopra. Paradossalmente e ad esempio, si potrebbe invece iniziare a dare confini più consoni alla diocesi carpigiana partendo dal fatto che Soliera, attualmente divisa in due (essendo Limidi sotto l’amministrazione ecclesiastica carpigiana), ormai con poco senso appartenga a quella modenese. Soliera infatti è nell’Unione dei comuni con la città dei Pio e con essa condivide interessi rispetto alla Fondazione bancaria, la frequenza di luoghi di lavoro, di scuola, di ospedale. Queste forse sono le riforme territoriali necessarie per tentare di avere una pastorale efficace e “vicina”. Potrebbero esserci altri casi, ma non è qui la sede. Ringraziamo monsignor Cavina del cammino di questi anni, auguriamo a monsignor Castellucci un ministero fecondo, augurandoci che quella che ha colta come “Chiesa viva” possa continuare a esserlo, in quel cammino sinodale da lui auspicato con le chiese limitrofe e in particolare con la sede metropolitana di Modena.

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