Se il Progetto Carpi dimentica la cultura, Lettere

Se il Progetto Carpi dimentica la cultura, Lettere

Gentile Direttore, vorrei intervenire rispetto al Progetto Carpi presentato dal sindaco Alberto Bellelli e dall’assessore Stefania Gasparini, premettendo che tale pensiero si distanzia sideralmente dalla polemica sgangherata delle opposizioni, il cui unico intento è ovviamente di pescare a strascico facendo gazzarra (tanto qualcosa si pesca sempre, salvo lasciare danni) senza offrire alcuna idea sensata. Noi invece di Laboratorio Carpi, che abbiamo sostenuto Alberto Bellelli nella sua corsa alla rielezione, vogliamo appunto presentare un punto di vista sensato e concreto. Noto che nel Progetto Carpi, iniziativa bellissima che manifesta il desiderio finalmente vero e fattivo di cambiamento, manca completamente la componente cultura, arte, musica, spettacolo. Leggo infatti dagli articoli usciti sulla stampa locale che sono “Quattro le chiavi di lettura proposte: economicoindustriale, economico-finanziaria, sociologica, comunicativa”. Se nel gruppo di lavoro non c’è nessuno che sia esponente del mondo della cultura arte musica spettacolo, e se i 4 che sono stati indicati sono considerati i pilastri su cui incardinare il lavoro di sviluppo e rilancio, il sillogismo è semplice: la cultura non è considerata uno dei pilastri del Progetto Carpi.

Immagino che i 4 specialisti si riserveranno di inserire nel loro piano qualche frase che si riferisca a questo aspetto, ma evidentemente, non essendo loro degli esperti anche in quel settore (pur confidando siano tutti degli appassionati e assidui frequentatori di teatri, mostre, cinema), riserveranno per forza di cosa alla cultura in senso lato una funzione ancillare. Quindi il fraintendimento di fondo è che si possa pensare un rilancio senza ritenere la cultura (e il turismo ovviamente che ne è una delle prime e più visibili conseguenze economiche) una delle prime piattaforme da cui partire assieme alle altre 4 succitate. Nessuna sorpresa: Conte ha definito il mondo della cultura divertente ed appassionante (un bambino delle materne avrebbe saputo fare di meglio), Colao non ha riservato alla cultura nulla se non un vago riferimento nel suo piano (scatenando l’ira del presidente dell’Agis ex sovrintendente della scala Carlo Fontana). Si continua a relegare la cultura ad accessorio di cui si può parlare in un secondo momento, come se, nella «società della conoscenza», fondata anche sul forte valore simbolico-culturale delle merci, che inglobano un forte contenuto culturale, la cultura fosse ancora considerata un di più. Invece surprise surprise l’impatto diretto ed indiretto del mondo della cultura sul pil nazionale è del 16%, oltre ad essere ovvio elemento costitutivo ed essenziale dello sviluppo del turismo. E mi fermo alle implicazioni economiche, su quelle sociali e psicologiche non c’è spazio abbastanza in questo giornale ma vorrei lanciare una suggestione tra le migliaia possibili: negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso uno dei centri più importanti della economia fondata sulla conoscenza è stata la California, con le sue grandi università, i suoi centri di ricerca, la sua Silicon Valley, ma anche con i suoi studios cinematografici, le sue avanguardie artistiche e letterarie, cioè la sua industria culturale. Il passaggio all’economia della conoscenza si realizza solo ed esclusivamente lì dove c’è un ambiente culturale e umano «complessivamente creativo ».

Cito da una pubblicazione specialistica di una decina di anni fa (nel mezzo di un’altra crisi che era niente rispetto a questa): “La crisi è una soglia, e al tempo stesso una trasformazione, che richiede la totale e radicale riconfigurazione dei paradigmi, dei punti di riferimento che regolano la nostra percezione del mondo. E non c’è nulla come la cultura che riesca ad assolvere questa funzione, nella maniera più completa ed efficace: la cultura ci addestra a trovare soluzioni inedite a problemi che ci paiono insormontabili, mutando i punti di vista sui fenomeni, stabilendo connessioni tra eventi e idee, articolando livelli molteplici di interpretazione. Compito della cultura dunque, in una fase di transizione epocale come quella che stiamo attraversando, non può che essere – dopo aver ratificato ed analizzato la fine dell’epoca precedente – immaginare, articolare e costruire l’epoca nuova”. Posso quindi dire che da troppo tempo la classe politica ha continuamente ignorato le cause profonde e strutturali del declino del nostro paese, limitandosi a quelle più immediate e appariscenti, dimenticando su cosa sarebbe servito investire? Possiamo affermare che la cultura (nel suo insieme di imprese culturali e creative e di artisti e opere artistiche e di patrimonio storico artistico archeologico eccetera eccetera) è una riserva morale, una fonte di speranza, un «motore» in grado di trainare la nazione, «la colonna vertebrale » di un Paese e quindi di Carpi? Vorrei quindi chiedere che il 5° pilastro (che dovrebbe essere il 1°, guida e mentore degli altri) sia introdotto nel Progetto Carpi dalla porta principale. Ringrazio a nome di tutto Laboratorio Carpi per l’attenzione che vorrà riservarci.

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