Seduti al tavolo dei ricordi, In cornice Voce del 4 luglio

Seduti al tavolo dei ricordi, In cornice Voce del 4 luglio

Seduta su un cumulo di ricordi oppure, meglio, di sensazioni che non riescono a lasciare il posto alle cose di tutti i giorni, mi sento come tutti quelli che mettono su facebook qualcosa in “Sei di Carpi se”; oppure anche quei tempi erano anni diversi e sfocati dalla lontananza e sembrano meglio di questi; oppure solo abbiamo selezionato il meglio. Mi trovavo, qualche sera fa, a cenare in un tavolo in cortile, posto di mare che sta bene anche senza mare, senza acqua azzurra, solo, basta un poco di compagnia e la padronanza del tempo, quello presente e quello passato. Una di quelle persone cui puoi chiedere come ero io ai tempi della mia giovinezza. Oppure come era mia madre che adesso l’immagine si fa sfocata e non so più che cosa è vero. Sa raccontarmi di quel vestito che si ricorda. Delle lunghe ed estenuanti prove che erano il prezzo aggiuntivo se volevi un vestito fatto dalla signora Marta. Perché lei guardava ogni minimo particolare e mi diceva che avevo un spalla più alta dell’altra e che mi mancavano due centimetri di busto. In realtà ha fatto sempre molti sforzi per nascondermi che ero giovane e carina, quasi bella. “Sei fine”: ci venisse niente alla finezza e alla buona educazione. Certo che me lo ricordavo quell’abito azzurro in crêpe pesante e cadente lungo fino ai piedi per quel primo dell’anno al quinto piano del Touring dove tutte avevano abiti nuovi e svolazzanti chiffon e si ballava il twist. Mi ricorda anche che poi fu tagliato per renderlo più portabile, ma non mi ricordavo che mi avesse fatto, con l’avanzo, un paio di pantaloncini da mettere sotto. 

Potevamo e possiamo raccontarci quello che eravamo, non solo lo studio fatto insieme con i libri comperati usati, oppure i primi amori adesso che sappiamo come sono andati a finire. E vien voglia di farsi ripetere come era mia madre e se le mie impressioni sono vicine al vero o totalmente deviate. Specialmente che adesso le mie mani assomigliano alle sue e che, questo inverno passato sono andata a cucire sulle macchine date alle donne coi fazzoletti in testa che volevano fare chi una maglietta per la bimba chi un pantaloncino di felpa per il maschietto. Adesso che porto pantaloni volutamente stracciati per esser moderna e che non stiro più, perché tanto va così, è lontano il tempo della ricerca della pienezza e del controllo quando il controllo sembrava possibile. Eppure, ora come allora i vestiti si accumulano sulla sedia accanto al letto e sento la voce di mia nonna che mi sgrida. Quella di mia nonna, perché la mia coscienza non è riuscita ad interiorizzare come è capitato ad altre mie amiche compagne di vita quei comandi di buona casalinghità che tanto hanno influenzato molto. Sarà stato il permesso della creatività, la voglia di nuovo e l’insofferenza della ripetizione, ma ora non c’è più niente da fare. Il guaio è permanente come il caos, la sensazione di disordine, del fuori controllo. E che qualcosa, ancora ne esca fuori è pure peggio.

37 visualizzazioni