La spuma al rhum

La spuma al rhum

Faccio colazione al bar e questo è un lusso, lo so. Lusso di tempo e di denaro, per ora non ci rinuncio. Scelgo il bar con un rapido, ma dettagliato ragionamento. Metto in conto il giorno di chiusura, la possibilità di parcheggio, la voglia di questo o di quel panino, la disponibilità di posto comodamente seduta, il fatto se ci sia il sole per stare fuori. La testa elabora velocemente tutte le variabili che neanche un computer potente potrebbe e raggiungo la meta. 

Può essere che vada a piedi, può essere che sia in macchina, allora o è il disco orario o è la ricerca del tagliando gratuito dei quindici minuti a parchimetro. Chi ci ha provato sa che il tagliando dei quindici minuti gratuiti è un premio che la munificenza del Comune di Carpi ti fa guadagnare con fatica. È una cosa molto difficile ottenerlo anche leggendo con attenzione le istruzioni. Quando riesco e mi siedo davanti alla finestra attrezzata del bar, allora non posso fare a meno di guardare di là e di guardare indietro. Vedo le finestre in fila della casa dove sono nata. Grosso pezzo di vita perso. Una di quelle finestre era il prezioso stanzino dove mia madre riceveva le clienti da sarta, stanzino delle prove. Mi ci vedo col bel cappottino dal colletto di velluto, anche un cappellino avevo, quando ero trattata da bella bambolina. Bella bambolina senza baci che non si sapeva mai fosse vero che i baci imbruttissero o alimentassero insane debolezze. Come quella di guardarsi troppo allo specchio che, si sa, è teatro del diavolo. Lì ti aspetta anche quando cammini indietro senza guardare. L’altra finestra era di certo quella della sala da pranzo lunga e scura in fondo quando diventava cucina. E’ da quella che la nonna buttò giù, sui carri di sotto, le coperte per gli alluvionati del Polesine. Pure da quella si vide il Vescovo dalla barba bianca entrare in Carpi. Col caffè lungo in mano scruto la facciata e penso che sotto non c’erano i negozi di adesso ma i depositi delle trecce e si respirava quell’odore pungente di zolfo che serviva a sbiancarle. In quella casa mia madre aspettò lui di ritorno dalla prigionia in Germania bloccato dall’8 settembre. Non so se lei sia stata felice in quella casa, non credo, con quella suocera burbera e la stanza sotto i tetti, ma era in una casa solida quando le casse di cappelli simil Panama partivano per l’America. Forse lo fu di più dopo quel crollo economico dovuto a romanzesche cause familiari. Lo fu di più dopo, nella famiglia caotica del ramo femminile. Così dovrei imparare che se si perde qualcosa non è detto che sia disastro, ma può essere ricominciare. La cosa più stupida di quella fase, ma che, in questi giorni mi ritorna in mente è la “spuma al rhum”. Che sciccheria, che snob, che privilegio. Intanto la spuma al rhum veniva servita nelle coppe di baccarat molate dai disegni decò, resti dei regali di nozze della nonna Grillenzoni. 

Non saprei rifarla che già faceva fatica la Zoe a farla venir bene senza fondo depositato e con la giuste consistenza della colla di pesce che non doveva rilasciare gusto. Quanto vorrei saperla rifare per un mio fine pasto, così leggera, così consistente di niente adatta a una gara di cuochi dei tempi nostri... Lo chiederò a Google oppure a qualche gruppo di facebook, chissà se qualcuno conosce qualcosa di simile. Però mi mancheranno le coppe di baccarat...

rosella.tagliavini@gmail.com

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