La Pasqua prima e dopo i social

La Pasqua prima e dopo i social

Finita la Pasqua. Passato il tempo. Pensieri del dopo. Come hai passato la Pasqua? E si risponde “Bene, grazie”. Per educazione e anche qualche volta sinceramente. Molto sinceramente, nonostante alcuni segni stiano sempre a sottolineare passaggi e mancanze. Non c’è stato il vestito nuovo, non c’è stato l’uovo di cioccolato, non c’è stato il picnic. Vestito nuovo come quello dei tempi della gioventù, come una delle cartoline che mette su facebook Mauro D’Orazi, non ci può essere più. 

Adesso si vive di abbigliamento standardizzato delle marche globalizzate. Niente di personale, una maglietta qui, una giacchina a uno spaccio, una tentazione dai cinesi al mercato, un affarone alle cataste di pezzi appesi alle ruote dei pachistani da un euro a cinque euro e tutti gli stock di tutte le fabbriche possibili. Nulla che si avvicini ai punti fitti che dava mia madre al vestito della festa. Neppure ho aperto con un pugno l’ovone della Perugina, quello di cioccolato fondente, quello che ha lasciato per la casa ciotoline a fargli da supporto, ciascuna per un anno, ciascuna di un colore. E la carta argentata ripiegata fino all’ ultimo pezzetto a conservare fresca la scaglia di cioccolato. Per quanto riguarda il picnic, questo non è mai stato particolarmente legato alla festa pasquale, ma ad altri contesti. Quello del viaggio, ad esempio, il viaggio grande quando si ebbe l’occasione di attraversare l’Italia senza autostrada. Apparteneva a quell’evento anche il pranzo al sacco. Preparato da casa con affettati, uova sode e tutto il resto. Il difficile era trovare il posto che mia madre segnalava al babbo autista fino a farlo impazzire. Lì no, lì neanche. Ci voleva lo spazio adatto, l’ombra per il sonnellino post prandiale, la situazione gradevole se non, addirittura, il panorama giusto, non ci si poteva fermare sopra al cemento di una qualsiasi piazzola o tra fumi di scappamento. Mai bello come il picnic in mare. Quello del giro dell’isola sulla barca da pesca di mio padre. Una piccola baia, le onde che tormentavano, il tendalino a righe montato e la Nella che tirava fuori il necessario. I panini venivano preparati espresso con la coltellina di ferro della nonna Olga, quella che si arrotava a ogni occasione come una falce sul campo. Anche la coppa portata da Carpi era affettata sul posto per rendere tutto più fresco. Ogni circostanza ha il suo panino, alcuni sono storici come quelli della sosta in corriera prima di arrivare in val di Fiemme alla colonia di Panchià con don Vilmo e l’aggiunta di formaggini della Poa. Pontificia opera di assistenza. Panini per merenda, panini attesi, tironi e portati a sacchi, nutella o formaggino, forse anche cotoletta. Pasqua è anche messa più solenne del solito, con turibolo, coro di giovani, Vescovo solenne, chiesa monumentale, emozione anche laica di candele e addobbi misurati. Il tutto supportato dalla magnificenza del nostro patrimonio artistico. 

Alla Pasqua moderna si aggiungono gli auguri attraverso i social. Di quelli che era tanto che non sentivi, niente bigliettini con coniglietti e pulcini, ma pensieri che vanno più asciutti e veloci, meno pensati e più automatici. Quelli ci sono rimasti e di quelli ci accontentiamo.

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