Dentro l’armadio dell’esperienza

Dentro l’armadio dell’esperienza

Ho insegnato Italiano, Storia, Geografia e anche, indegnamente, Latino. Ho insegnato Pedagogia e Didattica in qualche corso speciale, ora “insegno” acquerello, ma anche cucito. Ed è la cosa più difficile. Metto insieme le esperienze che ho maturato attorno al tavolo da pranzo di casa Tagliavini, quando mia madre stendeva le stoffe che le clienti le portavano e tirava fuori dal cassetto della credenza i fogli consunti di velina che molte toppe di nastro adesivo tenevano insieme, chiudendo ed aprendo pence, scolli, tacche di riferimento. Solo lei si orientava con quegli strumenti stropicciati e trasparenti.

 

 Si trattava di modelli base, tanto base che lei sola sapeva trarci ogni sorta di linea, ogni tipo di manica, ogni taglio ornamentale. Era come se una modellista saltasse tutti i passaggi di costruzione di un cartone da taglio e, messe insieme tutte le modifiche necessarie, saltati tutti i passaggi, di colpo e magicamente il vestito che aveva in mente si stendesse già disegnato sul tavolo. E, per stare nel sicuro, poco fidandosi di sé stessa, comunque, tagliava largo di due dita per poi procedere a prove e riprove stringendo con spillini la stoffa intorno al corpo. Ben diverso era il metodo della confezione in serie, dove, ogni tacca doveva combaciare con la sua sorella e il montaggio risultava definitivo e automatico. Due centimetri per parte per ogni salto di taglia. Già da questo si capisce che la mia scuola è ancora altalenante tra i due metodi con una netta prevalenza per l’improvvisazione e le cose fatte a occhio. Occhio allenato però. Mi confondono le esigenze di teoricità. Le riflessioni sui massimi sistemi mi chiudono il cervello, o meglio, lo mandano in confusione nella ricerca di quadre difficoltose. Adoro fare le cose di getto e d’istinto quando capisco che decenni di fatti hanno sedimentato scelte automatiche. Capita, però, che ti chiedano di teorizzare, di mettere in fila, di seguire ricette. Io so solo seguire le istruzioni se sono dettate dai foglietti dell’Ikea. Allora mi fido ciecamente e, se manca qualcosa, se qualcosa non va su, non penso minimamente a un errore di stampa, sono certa che l’errore è solo mio. Questo groviglio di pensieri è venuto su dopo le riflessioni di un incontro tra le persone che fanno parte del gruppo “Ero straniero” che cerca di supportare l’apprendimento di lingua e altre abilità per le persone in inserimento. Posso sopportare il mio caos attuale solo pensando che l’armadio della mia esperienza è troppo ristretto per contenere ordinatamente e in modo chiaramente catalogato tutti i messaggi codificati, tutte le prove, tutte le paure, tutti gli entusiasmi che si affollano nell’archivio. 

 

Si chiamava Sciarelli, era un ingegnere che disegnava barche a vela, una persona molto istruita e capace, ammirata. Raccontava della morte del suo gatto, del dolore e del fatto che della sua presenza erano rimaste solo due ciotole. Rifletteva di quanto spazio e ingombro avevano preso, invece, tutte le sue cose e quanto sarebbe stato impegnativo eliminare i segni della sua presenza tanto “ingombrante”. Limitare gli imballaggi, restringere il superfluo e tutto può essere superfluo. Voglio provarci. Perché a un certo punto, ci si confonde.

 

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