La luce dell'ora legale

La luce dell'ora legale

Che non sia l’articolo di A. che, peraltro leggo arrivando alla fine di un periodo con il fiato corto. Che non sia quello del D. denso di saggezza giornalistica e di competenza politica, che non sia niente di determinante lo si sa già in partenza, eppure, qualcuno si può crogiolare in questo inutile sproloquio che, solo, vuole evocare sensazioni. Che sia arrivata davvero la primavera non ce lo dice solo la luce dell’ora legale.

 Più efficacemente ce lo dice il verde che arriva. Le siepi, potate con crudele determinazione, sanno far spuntare piccoli getti da ogni nodo. Gli alberi di viale Carducci, in particolare, si brinano di sfumature verdi in attesa di aprire i loro ombrelli coprenti. Loro che si faranno sentire in tutte le stagioni di verde, di rosso e di giallo. Vorticano pollini e polveri, piumini in arrivo e pillole per gli allergici. Sospirano di umide richieste e si colorano i giardini rimasti arsi per la siccità. Strepita il glicine arrampicato a balconi vecchi, pende e non si fa cogliere perché subito marcisce. Qualche pesco giapponese è fiorito dietro alla siepe metallica e ho visto invidiate dalie piegarsi per il troppo peso. Ritornano poi, fiori d’angelo e grappoli di serenelle: di tutti ricordo colore e odore. Lungo i muretti caldi di Ischia cominciano a srotolarsi i tappeti di fiori di piante grasse tenacemente intrecciate in spessi cuscini di fucsia e di giallo. Tutti aspettano la bouganville misteriosa fioritura di foglie colorate. Pensare che di questi tempi mia madre dava gli ultimi ritocchi al mio vestito nuovo. Quello che avrei indossato il giorno di Pasqua per la messa o, nello stesso periodo, ma una volta sola, all’altare di San Nicolò e poi in partenza per il viaggio di nozze. Giusto cinquanta anni fa. Punto dopo punto sul bianco dell’organza oppure lungo le cuciture dello spolverino azzurro e beige di lana doppiata che poteva essere indossato anche a rovescio nascoste tutte le cuciture dietro a una ribattitura fatta a mano. Completava la mise un maglioncino comperato dalla Russa di quell’angoretta stampata che tanta fortuna fece a molti maglifici carpigiani. Che peccato che l’angoretta non funzioni più! Poteva essere, per Pasqua, persino un completo di lino pesante, o, a seconda della stagione, uno di quei tailleur di diversa fortuna. Quello bianco e beige che ingrossava, quello verde smeraldo poi ritinto in nero oppure anche l’unica giacca di renna, capo di quella sportività che non mi apparteneva. 

Faceva primavera anche il fazzoletto nei capelli per salire sulla decappottabile del fidanzato verso gite fuori porta per lo più al lago di Garda passato il ponte sul Po. Quello di barche e non quello sorvegliato speciale per il cemento che si scioglie. Questa la primavera che ricordo e quella che si rinnova ogni anno. C’è poi quella dei bambini che crescono e quella che non torna dentro le mie ossa, appunto per le troppe primavere.

rosella.tagliavini@gmail.com 

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