Che cosa farsene del Carnevale?

Che cosa farsene del Carnevale?

È arrivato anche Carnevale. Che cosa me ne faccio io del Carnevale? Nessuno mi ha nemmeno chiesto, come capitava di solito gli anni passati, di preparare, all’ultimo momento un qualche vestito in maschera. C’era da fare, spesso, uno Zorro, con mantello e cappello. Si vede che sono diventati grandi i miei nipoti. La scuola non si azzarda a concedere feste organizzate, più grattacapi che divertimenti, sfilate poche ché altre sono le aspirazioni e le principesse, sogno di bambina, sono state sostituite da speranze di apparizioni mediatiche o da comparsate social. Sogni diversi. 

Oppure è solo la fantasia di quelli di oggi che è qualcosa che neanche sappiamo immaginarci se vale la passione per quelle carte che si comprano a caro prezzo alle edicole vicine alle scuole. Passioni incomprensibili per quei mostri, per quegli eroi a noi sconosciuti che ci lasciano interdetti. Mondi lontani da principi azzurri, cow boy, indiani e altri miti di nostra memoria. Ma neanche mi vengono in mente momenti veramente felici in quegli spazi di Carnevale vissuti da bambina. Mai che fosse abbastanza grande la mia gonna, mai che potessi sperare di vincere il premio della sfilata delle maschere come vincessi a una lotteria. Neanche fu particolarmente soddisfacente aver sfiorato, una volta, il Carnevale di Rio. Troppa tristezza a vedere gli uomini che guardavano. Così mi viene ancora pena a vedere in tv, le ballerine carioca al carnevale di Cento. Poverette, nude nel freddo della pianura padana, samba trasportata in un altro contesto: non sono le stesse. Mi piacque, invece, il vibrare dei tamburi fin dentro le budella. Coriandoli e stelle filanti non hanno senso nel clima e nell’esigenza di riciclo e di rispetto ambientale.  

Anche questo è finito e i bidelli e anche mia nonna non avrebbero più da lamentarsi a spazzare e tirar su avanzi di feste. Invece molti si lamentavano, lunedì, del Carnevale in piazza che io neanche ci ho pensato a passare di là, tranne per il pensiero che avrebbe potuto esserci il baracchino dei borlenghi, salvo poi a leggere oggi che è morto il capo borlengaio, quello che portava la specialità nelle piazze. Dunque tutto passa e si trasforma e non c’è più la Zoe a magnificare il gran veglione di Novi, e per quanto tempo prima le signore si preparassero e prenotassero i palchi in teatro. Né c’è più mia madre a supplicare la comparsa alla veglia degli Alpini su nel salone della Patria luogo di feste e spettacoli ginnici fin dal tempo di Mussolini. Forse bisogna andare a Venezia che conserva ancora qualche residuo di voglia festaiola tra tornelli e biglietti da pagare. Non c’è più neanche la voglia di travestirsi. E da che cosa poi? E per quale motivo? Se potessi mi travestirei da qualcosa che vola e vorrei volare davvero anche se il parapendio non me lo posso permettere. Lustrini, pazzie, improbabili abbigliamenti, oggi, non abbiamo bisogno di aspettare Carnevale per farli comparire visto che tutto è permesso, visto che niente è considerato inappropriato e le passerelle della moda vanno ben al di là di qualsiasi fantasia carnascialesca. Restano le chiacchiere, i rosoni, le frappe con la loro leggerezza e l’appiccico degli struffoli se sei di giù, oppure la gara del tortellino più brusco e nostrano prima che sia Quaresima e che la voglia di rimettersi a dieta con il capo cosparso di cenere vegana non ci assalga. 

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