Galileo e lo scopo della scienza, Il cannocchiale

Vita di Galileo, opera teatrale di Bertolt Brecht, la cui definitiva stesura risale al 1955, è caratterizzata da una particolare consistenza del piano delle idee, tra le quali spiccano quelle sul rapporto tra scienza e società. Galileo, dopo l’abiura con cui ha evitato la tortura di cui l’Inquisizione lo minacciava per la discordanza delle sue tesi astronomiche con la visione dell’Universo della Chiesa, condivide con Sarti, giovane studioso, conclusioni a cui la sua drammatica esperienza ha condotto: «I moti dei corpi celesti sono divenuti più chiari; ma ai popoli restano pur sempre imperscrutabili i moti dei potenti. E se la battaglia per la misurabilità dei cieli è stata vinta dal dubbio, la battaglia della massaia romana per il latte sarà sempre perduta dalla credulità. Con tutt’e due queste battaglie, Sarti, ha a che fare la scienza. Finché l’umanità continuerà a brancolare nella sua madreperlacea nebbia millenaria [...] non sarà [...] capace di sviluppare le energie della natura che le vengono svelate. [...] Io credo che la scienza abbia come unico scopo quello di alleviare la fatica dell’esistenza umana. Se gli uomini di scienza, intimiditi dai potenti egoisti, si limitano ad accumulare sapere per sapere [...] le vostre nuove macchine non saranno fonte che di nuovi triboli per l’uomo.» (B. Brecht, Vita di Galileo, Einaudi, 2014, p. 239). La relazione tra scienza, vita umana, mentalità e cultura collettiva, strutture e rapporti di potere e forza, è relazione che contribuisce a definire della scienza contenuti, scopi, effetti, e non rapporto che su questi agisce dopo che la scienza li abbia definiti da sé.

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