Il Pianto della Scavatrice, di Pier Paolo Pasolini

Il Pianto della Scavatrice, di Pier Paolo Pasolini

Da qualche tempo, a Roma a Torpignattara, e a Napoli a Scampìa, sono comparsi il viso o la figura inconfondibile di Pier Paolo Pasolini dipinti da ottimi artisti di strada su muri, torrette, silos... In Rete se ne possono vedere numerosi. Chissà che cosa penserebbe lui, di questo desiderio di farlo rivivere, dopo averlo straziato nel modo che sappiamo; forse perché amava davvero, conoscendoli nell' intimo, questi luoghi difficili e i suoi abitanti.

Da quando abitava a Roma, Pasolini amava camminare di notte e osservare la varia umanità e il territorio. "Delle volte, girando per Roma, mi imbatto in lavori di sventramento – scrive in una lettera di risposta a un giovane lettore di Nonantola, sulla rubrica che teneva per la rivista Vie Nuove –. Vedo buttare giù vecchie case, spianare vecchi giardini per costruirvi delle orrende palazzine neocapitalistiche. Ebbene i protagonisti della speculazione edilizia romana, i Torlonia, i Caetani, i Gerini, con la folla dei loro servi, si dicono tutti cristiani e tradizionalisti: e, forti di questa dichiarazione che li investe quasi di una luce eroica, assistono senza batter ciglio allo scempio orrendo che compiono le loro scavatrici. Io, che sono sovversivo, secondo loro, un eversore della tradizione, mi trovo alle volte, non dico davanti a un grande edificio, a una bella piazza, ma addirittura davanti a un vecchio muretto che porti impressi nel suo umile peperino, nei pori dei suoi ornati corrosi, i segni di uno stile del passato, mi trovo con le lacrime agli occhi: lacrime di nostalgia e di rabbia”.

...che pena m invade, davanti a questi attrezzi

supini, sparsi qua e là nel fango, 

Davanti a questo canovaccio rosso 

Che pende da un cavalletto, nell' angolo

Dove la notte sembra più triste..."

Quarantaquattro anni dopo la sua morte, dopo lo scempio del territorio di questo nostro Paese, dopo la cementificazione ossessiva e la proliferazione metastatica dei mega centri commerciali, ancora una volta soffriamo con lui.

Nel 1956 aveva già scritto "Il pianto della scavatrice”. E' un poema molto lungo e intenso; i pochi versi citati sopra precedono questi che propongo, uno stralcio, quello finale. 

 

 

A gridare è straziata

da mesi e anni di mattutini

sudori – accompagnata

 

dal muto stuolo dei suoi scalpellini,

la vecchia scavatrice: ma, insieme,  il

fresco 

sterro sconvolto, o, nel breve confine

 

dell'orizzonte novecentesco, 

tutto il quartiere... E' la città, 

sprofondata in un chiarore di festa, 

 

– è il mondo.  Piange ciò che ha 

fine e ricomincia. Ciò che era

area erbosa, aperto spiazzo, e si fa

 

cortile, bianco come cera 

chiuso in un decoro che è rancore;

ciò che era quasi una vecchia fiera 

 

di freschi intonachi sghembi al sole,

e si fa nuovo isolato, brulicante

in un ordine che è spento dolore. 

 

Piange ciò che muta, anche

per farsi migliore. La luce

del futuro non cessa un solo istante

 

di ferirci: è qui, che brucia,

in ogni nostro atto quotidiano,

angoscia anche nella fiducia

 

che ci dà vita, nell'impeto gobettiano 

verso questi operai, che muti innalzano, 

nel rione dall'altro fronte umano, 

 

il loro rosso straccio di speranza.

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