Una buona e una cattiva cementificazione?

Si critica l'area commerciale a ovest, ma si simenticano 15 anni di mattone residenziale

Una buona e una cattiva cementificazione?

Già caduti nell'oblio i quasi due milioni di metri cubi edificati tra il 2000 e il 2015. Un'espansione corale, cui mise mano tutta la città. Ma questa, concentrata nel tempo e dovuta a pochi investitori, fa più rumore

C'è dunque una cementificazione "buona” o che lascia quanto meno indifferenti, e una cattiva, verso la quale continuano ad alzarsi altissimi lamenti? Verrebbe da pensare che ci sia un tocco di schizofrenia nell'opinione pubblica, quando si tempesta di critiche l'espansione commerciale a ovest, restando stupiti dei grandi cantieri paralleli sulla via dell'Industria e sulla tangenziale Losi, mentre non si riflette mai abbastanza su quanto avvenuto nel quindicennio tra il 2000 e il 2014, ormai relegato nel dimenticatoio. E una spiegazione potrebbe essere questa: la grande espansione seguita all'approvazione del Prg vigente è stata soprattutto di natura residenziale, ha coinvolto migliaia di famiglie che vi hanno riversato risorse in forma di investimenti, per le motivazioni più diverse. E' stata, per così dire, una cementificazione "corale” alla quale ha allegramente dato luogo, in forme diverse, l'intera città, dagli investitori ai costruttori, dagli immobiliaristi all'immenso indotto artigiano che gravita intorno al settore. Quella, invece, alla quale stiamo assistendo da alcuni mesi a questa parte è un'ondata edificatoria di pochi, grandi investitori che hanno deciso di giocare a Carpi la propria scommessa commerciale, insinuandosi in un mercato che sulle medie e grandi superfici era pressoché immobile da anni. Da qui l'oblìo (tranne poche voci isolate) che ha avvolto la prima ondata e gli strepiti scandalizzati sulla seconda. La buona cementificazione e quella cattiva, appunto.

 

 

Il grafico del consumo di suolo

Circola in questi giorni sul web un grafico, recante la dicitura “elaborazione del Comune di Carpi” che restituisce una rappresentazione plastica di quanto avvenuto a Carpi, in un lunghissimo arco temporale, in fatto di consumo di suolo: che non coincide solo con l'attività edificatoria, ma che non si spiega senza di essa. La curva dell'andamento del consumo di suolo prende come anno zero il 1884 e dimostra come, centotrentadue anni dopo, nel 2016, la percentuale di aumento del fenomeno abbia raggiunto un picco del 1.181,38 per cento. Il dato interessante è nel raffronto con l'altra curva che considera invece l'andamento demografico, prendendo a riferimento l'anno 1881. Anche qui si arriva, nel 2016, a un picco elevato di incremento della popolazione, ma di molto inferiore al primo, visto che la percentuale si ferma al 276,86 per cento. Significa che, dopo un'ottantina d'anni nei quali l'incremento della popolazione è sempre stato superiore a quello delle nuove edificazioni, rendendo a volte drammatico il problema della casa, dalla metà degli anni Settanta, ma in modo ancora più evidente fra il 2000 e il 2016, è accaduto il contrario: il consumo di suolo e l'attività edificatoria hanno spiccato il volo, lasciando a notevole distanza la popolazione. Non c'è ragione di dubitare dell'attendibilità dello schema. Stupisce solo un po' vedere la popolazione crescere più del consumo di suolo in un anno come il 1960 che segnò l'apice di un ciclo espansivo dell'urbanizzazione durato almeno per tutto il decennio precedente. Ma tant'è, prendendo per buono l'elaborato, va subito spiegato che in quella colonna rossa residenza, terziario e attività produttive sono tutt'uno.

 

A testimoniare però la netta prevalenza del consumo di suolo per uso residenziale, rispetto a quello produttivo ci soccorrono altri dati, desumibili dagli Annuari statistici del Comune. Solo dal 2000 al 2010 e solo per la residenza, a Carpi sono stati costruiti 1 milione 900 mila metri cubi, con il picco di 303 mila nel solo 2006. E quanti erano stati in tutto il decennio precedente? Meno della metà: 800 mila metri cubi. Nello stesso arco di tempo considerato, i chilometri di strade costruite – anche questo è consumo di suolo – sono stati più di cinquanta. E' vero: avranno inciso certamente anche lottizzazioni di aree produttive. Le due più rilevanti, il Pp11 di via Molise e l'area di via Guastalla, sommano tuttavia meno di 400 mila metri quadrati. Quanti saranno quelli  consumati invece in un ventennio che ha visto l'approvazione di una quantità di piani particolareggiati residenziali? Un calcolo preciso non è mai stato fatto: basta pensare, però, che due soli piani come quelli di via Morbidina e di via Canalvecchio si sono portati via oltre 200 mila metri quadrati. E ce ne sono da calcolare almeno un'altra settantina, compresi fra i 10 e i 20 mila metri quadrati. Esclusi pochi addetti ai lavori, come Legambiente, e l'ex consigliere di Rifondazione comunista Massimo Valentini, unico a opporsi a tutti i piani particolareggiati, la città, nelle sue varie componenti sociali è stata complice e beneficiaria, come si diceva, di quel fenomeno espansivo. Si è verificata in pieno una delle condizioni che il Quaderno di Piano n. 1 del luglio 1994 di Edoardo Salzano, incaricato della stesura del Prg di Carpi prima di essere defenestrato, intravedeva già allora come motore dell'attività edificatoria: “La vera domanda di spazio che si riscontra sul mercato – scriveva – non è determinata direttamente dai consumatori, ma dalla domanda di investimenti nelle abitazioni”. Una domanda, aggiungiamo noi, che è andata ampliandosi di pari passo con la crisi del tessile, con la chiusura di tanti laboratori e microaziende del settore (almeno 1.300 fra il 1990 e il 2014, secondo l'ultimo Osservatorio del Tessile Abbigliamento) i cui addetti (scesi da 13 mila a 6 mila nello stesso periodo) hanno riversato nell'immobiliare i Tfr e gli accantonamenti per garantirsi il passaggio temporale dal brusco stop per chiusure e licenziamenti alla pensione. Rispetto a tutto questo, i 140 mila metri quadrati complessivi delle due aree di espansione commerciale a ovest – al di là delle valutazioni architettoniche – hanno soprattutto un torto: quello di essere arrivati per ultimi, dopo quell'esplosione edificatoria, in ritardo rispetto ad altre località e di aver marciato da soli, non potendo contare su una analoga condivisione sociale.

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