Dalla pubblicità alla fotografia

Irene Tondelli ha lavorato per diverse agenzie prima di convertirsi alla foto di viaggio

Dalla pubblicità alla fotografia

Diplomata al Fanti, emigrata a Londra, si è laureata in Fotografia, prendendo un master in Art Direction per la pubblicità. Ha lavorato con Lapo Elkann ma la passione per la foto ha prevalso. E ne ha fatto una viaggiatrice dell'obiettivo per riviste

In America vengono definiti adventure phographer. In Italia il termine “avventura” è considerato po’ troppo estremo e ci si limita a chiamarli fotografi di viaggio e di reportage. Irene Tondelli, 29enne fa parte di questa categoria: i suoi scatti in giro per il mondo sono stati pubblicati sulle pagine e sui siti online di prestigiose riviste internazionali. La giovane è inoltre specializzata nella fotografia di interior design: il suo primo cliente è stato suo padre Lorenzo, titolare dell’azienda di interior design Collezione Lorenzo Tondelli che propone mobili di altissima qualità venduti per la maggior parte all’estero e soprattutto in Oriente.
Irene ha frequentato il Liceo scientifico Fanti a indirizzo
linguistico e poi, una volta conseguita la maturità, si è trasferita a
Londra dove ha vissuto per un anno «…per schiarirmi le idee e
migliorare il mio Inglese – spiega –. E devo dire che sono stata
fortunata perché ho trovato lavoro come interprete in un negozio di
cachemire». Una volta tornata in Italia si è iscritta al corso di
laurea triennale in Fotografia che all’epoca (nel 2007) era l’unico
corso di laurea specializzato in fotografia. Conseguita la laurea, ha
frequentato un Master in Direzione artistica legato alla pubblicità
presso l’Accademia di Comunicazione di Milano, ha vissuto nel
capoluogo lombardo per un anno, ha fatto uno stage e ha ricevuto
l’abilitazione in Art Direction. Poi ha trovato lavoro in un’agenzia
pubblicitaria di Torino, la Independent Ideas di proprietà di Lapo
Elkann e di un altro socio, per la quale svolgeva il ruolo di art
director e seguiva le campagne pubblicitarie. «Ho un bel ricordo di quell’esperienza – afferma –. Al contrario di quel che si possa pensare, Elkann è molto gentile e affabile, non è per
niente arrogante». A Torino Irene è rimasta per un paio d’anni, fino a quando non si è spostata a Bologna, dove è stata assunta, sempre come art director, in un’altra agenzia. «Lì ho iniziato a scattare anche le fotografie per le campagne dei clienti e mi sono appassionata ancor di più alla materia – racconta –. Così l’anno scorso, visto che mi rimaneva poco tempo per i miei progetti, nonostante mi piacesse molto lavorare in agenzia, ho deciso di indirizzarmi verso l’ambito fotografico».
Ed è diventata fotografa freelance. «Di solito non fotografo la figura umana, è raro che succeda – puntualizza –. Mi interessa di più il
passaggio delle persone nei luoghi che le persone in sé. Alcune immagini mi vengono commissionate da riviste e magazine, ma spesso cerco di realizzare progetti miei da vendere poi ai giornali. Oggi purtroppo non esiste più il reportage vecchio stile per il quale i giornali ti davano un budget da spendere: l’investimento lo devi fare tu in prima persona e poi proporti con il “lavoro” in mano. Bisogna darsi da fare ed essere intraprendenti».

Per il 95 per cento i suoi clienti sono riviste di fotografie d’autore
straniere, dal momento che all’estero, soprattutto negli Stati Uniti e
in Oriente, c’è molto più interesse verso questo tipo di fotografia.
«Qui in Italia è più difficile – ammette con un certo rammarico – eppure abbiamo una tradizione incredibile di autori che hanno fatto la storia di questo genere fotografico (basti pensare a Barbieri, Ghirri, Fontana, Berengo Gardin) che purtroppo ultimamente si è un po’ persa. Anche perché circola l’idea che con smartphone e
tablet le foto si facciano da sole, ma non è così».

Tra gli scatti del suo portfolio ai quali è più affezionata ce n’è uno in particolare: un’immagine di un ragazzo e una ragazza di spalle sulla spiaggia (sono i suoi migliori amici) che è stata acquistata da un’agenzia in Danimarca per un’attività di Coca Cola sulla promozione del turismo a Roma.

Per lavoro, ovviamente, Irene viaggia spesso. Uno tra i suoi servizi
più pubblicati su riviste e magazine online e cartacei italiani e stranieri (tipo Archive Collective) è quello realizzato in Islanda nell’estate del 2015. «Ho girato l’Islanda per una ventina di giorni, ho noleggiato un’automobile e dormito in tenda, munita di fornellino da campo – racconta –. In buona parte dell’isola non c’è nulla, nei pochi supermarket che trovavo facevo scorta. La mia parte preferita è il nord, nonostante nel sud ci siano i famosi ghiacciai, perché è la più selvaggia. Mi sono concentrata sulle foto di paesaggi, ma anche di contrasto tra i centri abitati e i grandi spazi. A emergere è il mio rapporto con la natura, il trovare un equilibrio tra silenzi, crateri di vulcani, cascate. Per me è stato un modo per scoprire un ordine delle cose: l’Islanda è un paese dove si può meditare e trovare le proprie priorità».

Lo scorso settembre invece Irene ha organizzato un viaggio a Pantelleria, girando tutta l’isola in auto e a novembre è stata ospitata dalla comunità di Nomadelfia, dove ha realizzato un reportage sulla sua memoria storica. «Mi hanno aperto i loro archivi con materiale d’epoca, come le lettere di Don Zeno – spiega –. Non ho ancora pubblicato le foto perché vorrei che avessero il giusto risalto. Ci sto lavorando».

Il suo ultimo reportage di viaggio si è svolto in Oriente, tra Hong e
Taiwan. A Taipei ha fotografo la lobby di un residence di lusso e siccome il progetto di design era stato selezionato tra i finalisti dello Sbid (Society of British and International Design) Design Award 2016, le sue immagini sono state pubblicate anche sul libro Global Interior Design 2016 che riassume i migliori progetti dell’anno. Uno dei prossimi viaggi in programma è il giro della Svezia insieme a suo cugino, che abita lì, per festeggiare i trent’anni (“Ci piacerebbe arrivare fino alla Lapponia svedese” dice).
Tra i suoi fotografi di riferimento, Irene annovera senz’altro il reggiano Luigi Ghirri. «E’ tecnicamente ineccepibile­ – dice –, ma al tempo stesso ha sempre qualcosa da raccontare. I suoi possono sembrare scatti banali, ma invece sono  molto innovativi, tanto che le sue immagini della via Emilia sono ancora in grado di stupire. Per me la foto per eccellenza è la sua. Apprezzo anche Candida Höfer, della scuola di Düsseldorf, che indaga il “paesaggio interno”, gli ampi spazi pubblici di biblioteche, musei, teatri, cinema, palazzi storici e Wolfgang Tillmans che invece uno stile più trasgressivo».

Tra un viaggio e l’altro la giovane fotografa fa tappa a Carpi, ma sta pensando di trasferirsi a Milano o in una capitale europea. «Sono soddisfatta, ho il vantaggio di potermi gestire i flussi di lavoro come voglio, ma non nego che serva molto impegno e dedizione. Non è facile.  Per chi fa la mia professione – aggiunge – è indispensabile vivere dove c’è del “fermento”, può essere utile per fare un salto in avanti».

Tra i suoi sogni del cassetto, il più grande sarebbe quello di vedere pubblicate le sue fotografie su riviste internazionali come National Geographic, magazine mensile che conta ben 50 milioni di lettori in tutto il mondo. «Sarebbe il massimo, mi “accontenterei” anche di meno – conclude –; ultimamente anche i giornali di moda tipo Vanity Fair si stanno aprendo a questo genere di reportage. D’altronde sognare non costa niente…».

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