Roma, Fossoli, Germania: i rastrellati del Quadraro

Una pagina di storia del Campo poco conosciuta a Carpi

Roma, Fossoli, Germania: i rastrellati del Quadraro

Degli internati nel campo di Fossoli hanno fatto parte anche i 750 catturati dai Tedeschi nella popolare borgata romana. Da Roma a Fossoli per essere poi smistati nelle fabbriche della Slesia. Il ruolo del vescovo Dalla Zuanna

di Pierluigi Amen*

Il 17 aprile 1944 nell’allora borgata del Quadraro Vecchio di Roma e zone limitrofe, per mano dei reparti tedeschi del Panzergrenadier- Regiment 71 fatti affluire appositamente dalla riserva del fronte sul litorale e di alcuni effettivi delle SS e della SD di stanza a Roma, posti agli ordini del Ten. Col. Herbert Kappler, avvenne il rastrellamento – denominato in codice Unterhemen Walfisch (Operazione Balena) – di tutti gli uomini dai 16 ai 55 anni che i nazisti riuscirono a catturare, circondando il luogo ed effettuando una violenta irruzione all’alba nelle abitazioni. Il rastrellamento di massa, finalizzato alla successiva deportazione nei territori controllati dal Terzo Reich fu, in ordine di tempo, il terzo organicamente organizzato ed attuato dai tedeschi a Roma – dopo quello dei circa 2 mila 500 Reali Carabinieri del 7 ottobre 1943 e quello del ghetto ebraico del 16 ottobre 1943. Esso avvenne in quanto le alte gerarchie naziste, in seguito all’azione di guerra partigiana di via Rasella, che ebbe come conseguenza immediata l’eccidio delle Fosse Ardeatine, diedero l’ordine di provvedere all’evacuazione e alla deportazione dei cittadini romani “dei rioni e sobborghi maggiormente infestati dai comunisti” per poterli avviare al lavoro coatto verso le fabbriche del Terzo Reich. Dopo aver constatato che l’azione predatoria richiesta dal Reichsführer delle Schutzstaffel (SS) Heinrich Himmler anche su pressione del generale plenipotenziario per la distribuzione del lavoro Generalbevollmächtigter für den Arbeitseinsatz (GBA) Ernst Sauckel, non avrebbe potuto espletarsi nei rioni inizialmente prescelti di Trastevere, Testaccio e San Lorenzo, per la mancanza degli uomini necessari (almeno tre divisioni al completo, quindi decine di migliaia di soldati, secondo le dichiarazioni processuali di Kappler), la scelta cadde sulla borgata Quadraro. Il pretesto fu quindi l’uccisione di tre militari tedeschi di nazionalità austriaca, compiuta il lunedì di Pasqua 10 aprile 1944 da parte di Giovanni Ricci e Franco Basilotta, azione alla quale partecipò senza aprire il fuoco anche Giuseppe Albano meglio noto come “il Gobbo del Quarticciolo”. Luogo della sparatoria fu l’osteria “La Campestre” nota come “da Giggetto” che si trovava sulla via Tuscolana, in zona allora detta “Cecafumo”. Lo stabile è stato poi demolito ed era situato ad angolo dell’odierna via Calpurnio Fiamma, a meno di un chilometro. dalla borgata andando nella direzione di Cinecittà. La borgata Quadraro, per la sua conformazione urbanistica fuori dall’edilizia intensiva (casette ad un piano con orti, baracche, piccoli edifici completamente circondati da prati e campagna) ben si prestava all’esecuzione di una razzia che poteva essere eseguita, nonostante l’estensione dell’area, con relativamente pochi uomini, azione che infatti fu attuata da circa tremila militari. Data la presenza di lunghe ed estese gallerie scavate nel tufo sotto le abitazioni, che permettevano una rapida fuga, la zona era anche divenuta, un buon rifugio per chiunque avesse un buon motivo per sottrarsi alle ricerche dei tedeschi e del regime di Salò, come renitenti alla leva del Maresciallo Graziani, militari italiani sbandati dopo l’8 settembre 1943, militari alleati in fuga, cittadini ebrei scampati alla deportazione, partigiani delle varie formazioni entrati in clandestinità. Nella borgata avevano anche preso alloggio temporaneo o ospiti di parenti, molte famiglie sfollate che avevano perso la loro abitazione a seguito di bombardamenti degli alleati prevalentemente da Velletri e zone limitrofe dei Castelli romani. I rastrellati furono inizialmente discriminati per età nel cinema Quadraro, dove vennero loro richieste le generalità anagrafiche e il mestiere o lavoro nel quale erano occupati. Quindi vennero condotti tramite i tram della linea Stfer (dopo la guerra Stefer) al quartier generale tedesco del comando delle armate sud in Italia, posto negli stabilimenti cinematografici di Cinecittà, ove venivano concentrati anche i prigionieri civili in attesa di destinazione. In due diversi convogli di camion partiti rispettivamente il 19 ed il 20 aprile 1944, gli uomini furono poi tradotti nella zona industriale di Terni, oggi nota come Polymer, ed ivi alloggiati in una fabbrica in costruzione per circa dieci giorni. Furono quindi avviati via stradale a Firenze da dove, partendo il 29 aprile dalla locale stazione Campo di Marte, furono inviati via ferrovia a Carpi, per essere condotti al campo di detenzione e transito di Fossoli sito a pochi chilometri dal centro della città emiliana. Tuttavia i rastrellati non giunsero tutti insieme al campo di Fossoli; infatti per il guasto meccanico di uno o più autocarri nei pressi di Arezzo, un gruppo rimase indietro, venendo associato al Carcere delle Murate di Firenze, prima di essere riunito agli altri probabilmente il 25 maggio. Classificati inizialmente come politici e dotati quindi di matricola e triangolo rosso, furono nominalmente rilasciati il 24 giugno 1944 dal campo, dopo essere stati “persuasi” a firmare un ingaggio con la GBA di Modena.

Accompagnati quindi sotto scorta armata al lavoro coatto, furono inviati via ferrovia verso i territori del Terzo Reich, giungendo il 29 giugno nella città di Racibórz (in tedesco Ratibor), sita nella regione della Slesia in Polonia, dove era attestato il campo di transito e smistamento per l’assegnazione del lavoro. Da quel momento le strade dei rastrellati si sono definitivamente divise e i singoli individui, in gruppi di diversa consistenza numerica, sono stati destinati in molte fabbriche dislocate in Germania Austria e Polonia (prevalentemente ma non esclusivamente a vocazione chimica e di cui alcune tuttora in attività produttiva, quali la multinazionale farmaceutica Merck KGaA di Darmstad, la Continental di Hannover, la Kalle & Co di Wiesbaden- Biebrich). I lavoratori coatti dopo aver vissuto traversie e sottoalimentazione per circa dodici mesi, hanno iniziato il viaggio di ritorno verso casa a partire dalla seconda metà del mese di aprile 1945, man mano che i campi venivano liberati alla fine delle ostilità, definitivamente concluse in Europa martedì 8 maggio 1945 con la resa della Germania. Un Progetto di ricerca i cui primi risultati sono stati presentati il 3 dicembre 2014 presso la Biblioteca Alessandrina dell’Archivio di Stato di Roma sta facendo riemergere volti, storie, vicissitudini che sino ad ora erano rimasti sepolti dall’oblio e dal fluire del tempo. Dall’esame della vasta documentazione è stato possibile acclarare che si tratta di una deportazione di civili italiana, non solo romana, in quanto i circa 160 luoghi di nascita dei rastrellati, sono ubicati in quasi tutte le regioni italiane, con prevalenza di quelle meridionali. Nei circa 750 rastrellati si riscontrano cittadini italiani di religione ebraica e partigiani che non furono tuttavia scoperti, militari del Regio Esercito sbandati, carabinieri entrati nella resistenza e tanti semplici lavoratori, prevalentemente artigiani ed edili, con la Quinta elementare come scolarizzazione media. L’aver prelevato uomini dai 16 ai 55 anni, ha di fatto riunito ben tre generazioni di “quadraroli” nella triste realtà della deportazione, dai nonni che avevano partecipato alla prima guerra mondiale ed erano nati alla fine dell’Ottocento ai ragazzi sedicenni che in alcuni casi non si erano mai recati nemmeno nelle località limitrofe dei Castelli romani. Uomini che al proprio ritorno a casa, pressati dai bisogni quotidiani comuni a tutti i reduci hanno generalmente preferito evitare di rammentare i loro patimenti, lasciando che i loro ricordi restassero solo un patrimonio personale e familiare, che ha avuto scarsa o errata divulgazione pubblica; basti pensare che sino ad oggi si è detto e scritto che i deceduti in deportazione fossero stati più o meno la metà, mentre gli effettivi deceduti in prigionia o all’immediato ritorno a Roma per cause belliche, malattie o in diretta conseguenza di maltrattamenti, allo stato attuale del controllo effettuato tramite l’anagrafe capitolina, risultano essere 27 individui. Oltre alla analisi della documentazione inedita derivante dai fondi della Prefettura di Roma del Ministero del Tesoro e dagli archivi delle aziende ed istituzioni italiane presso le quali i rastrellati hanno successivamente lavorato l’indagine si è ora estesa alle loro famiglie, allo scopo di ricostruirne oralmente e tramite i documenti personali dell’epoca, le biografie e le vicissitudini, conferendo la giusta dignità alle loro sofferenze e per estensione a quelle subite in genere dei civili italiani durante la guerra e l’occupazione tedesca, sulle quali, da parte delle Istituzioni, si è molto spesso sorvolato in modo indecoroso. A tale proposito sullo sfondo della vicenda è emersa nitidamente la figura del sacerdote Parroco di Santa Maria del Buon Consiglio Don Gioacchino Rey, nato a Lenola (LT) il 26 luglio 1888, graziosamente chiamato da Pio XII il “Parroco delle Trincee” in ricordo ed omaggio alla sua missione di Cappellano Militare durante la Prima Guerra Mondiale, per la quale gli fu conferita una Medaglia di Bronzo al Valor Militare, motivata delle sue azioni svolte in soccorso dei feriti sotto il fuoco nemico. Don Gioacchino, familiarmente chiamato Luigi, fu colui che si è battuto per la sua borgata sia durante l’azione predatoria che nel successivo conforto e aiuto materiale verso le famiglie dei rastrellati. È grazie alla sua intuizione di raccogliere i nominativi dei deportati che si è potuto nel tempo far riconoscere a buona parte degli aventi diritto le provvidenze e le qualifiche dovute per legge, in quanto gli elenchi dei rastrellati redatti dai Tedeschi non sono mai stati reperiti. Il Parroco tuttavia non vide mai tornare la quasi totalità dei deportati in quanto morì, in un incidente stradale avvenuto nella zona di Piazza Bologna, nel quale fu investito da pedone a Roma il 13 dicembre 1944. Sono onorato dall’aver tratto dall’oblio la figura del nobile sacerdote, del quale si erano perse anche le tracce esistenziali, venendo definito “un veneto” finanche nel 2008. La salma di Don Gioacchino Rey è stata quindi traslata dal Cimitero Verano di Roma ed ora riposa nella Chiesa Parrocchiale di Santa Maria Maggiore di Lenola. Allo scopo di favorire la corretta divulgazione e la valorizzazione dell’avvenimento storico, tramite il mio coordinamento, sono state promosse nel tempo dall’ANRP, alcune azioni di sensibilizzazione delle Istituzioni italiane, quali la posa di una lapide presso il Binario 1 della stazione Campo di Marte di Firenze in collaborazione con il Comune e le Ferrovie Italiane dello Stato, la richiesta del conferimento della ricompensa al Merito Civile alla Memoria di Don Gioacchino Rey, decretata il 7 aprile 2017 e consegnata dal Presidente della Repubblica in una cerimonia al Quirinale il 12 ottobre 2017 e la votazione all’unanimità della mozione 32/2017 prodotta dall’Assemblea Capitolina per salvaguardare la memoria del Rastrellamento. L’articolata mozione ha per ora dato origine alla concessione motu proprio con decreto dell’1 febbraio 2018 da parte del Presidente della Repubblica, su richiesta dell’ANRP, dell’onorificenza di Commendatore Ordine al merito della Repubblica agli ultimi sette rastrellati viventi, che sono stati insigniti in Campidoglio nella cerimonia del 17 aprile 2018 dalla Sindaco di Roma Virginia Raggi, su incarico del Capo dello Stato.

* coordinatore della ricerca storica e delle attività di divulgazione dell'ANRP (Associazione nazionale Reduci dalla Prigionia, dall’Internamento, dalla Guerra di Liberazione) sul rastrellamento del Quadraro.

La foto di Carla Guidi, giornalista, autrice di un libro con tre biografie di ex deportati, è stata scattata nel 2004 in occasione della visita a Fossoli di una delegazione di superstiti del Quadraro

 

CI FECE PORTARE DAI FEDELI PANE, FRUTTI E FORMAGGI

Nel novero delle vicende legate al Campo di Concentramento di Fossoli e alle deportazioni partite da quel luogo durante l’occupazione tedesca dell’Italia, ci sono ancora molte storie sconosciute o poco note che stanno emergendo ora dalle nebbie del tempo, in seguito alla consultazione di documenti inediti. Alcune di queste riguardano i rapporti sotterranei, intessuti dal clero italiano durante la guerra per aiutare, in quei tempi difficili e pericolosi, chi si fosse trovato in stato di bisogno. In questo caso si evidenzia il rapporto instauratosi a distanza di oltre 400 chilometri, lungo un territorio in stato di occupazione militare, fra l’allora Vescovo di Carpi, Vigilio Federico Dalla Zuanna (1880 - 1956) e il parroco Don Gioacchino Rey (1888 - 1944). Furono entrambi cappellani militari durante la Prima Guerra Mondiale e sono stati entrambi insigniti di Medaglia d’Oro al Merito Civile dalla Repubblica Italiana, per le opere compiute in soccorso dei perseguitati. Dal diario coevo di uno dei rastrellati, il carabiniere Ruggiero Fiorella (qui sotto), matricola di Fossoli 696, è emerso che il 24 giugno 1944, alla partenza dalla stazione di Carpi per il Terzo Reich, i deportati del Quadraro, una volta caricati sul treno, ebbero la felice sorpresa di ricevere la visita personale del Vescovo di Carpi, monsignor Dalla Zuanna che, aiutato dalle donne dell’Azione cattolica, portò cibo e conforto spirituale, in qualche modo avvisato dal valoroso e nobile parroco della chiesa di Santa Maria del Buon Consiglio al Quadraro di Roma don Gioacchino Rey. Questa è la trascrizione del brano autografo tratto dal diario. “…Il giorno 24 giugno (1944), fummo nuovamente caricati nei vagoni alla stazione di Carpi, venne a farci visita l’Em. Vescovo di quella cittadina che, disse, fu incaricato dal parroco di Santa Maria del Buon Consiglio di Roma, il Rev.mo Don Gioacchino Rej (esatto: Rey), di portarci uno aiuto, difatti questo Buon Pastore, fece del suo meglio per aiutarci, oltre alla sua parola di conforto, fece portare dai fedeli pane, frutti, formaggio che veramente fu d’aiuto nei giorni seguenti lasciati senza vitto. Verso le ore 22:00 la tradotta si mise in moto e al giorno seguente giungemmo a Verona”. E per l’immatricolazione nel campo: “…e infine ci visitava un medico ebreo, anche lui numero; in ufficio ci consegnavano 2 triangoli di tela rossa con la matricola a parte, da attacarsi uno alla giacca e l’altro ai calzoni, senza di quel distintivo non si poteva circolare nel campo, il mio numero era 696, così diventai un numero senza aver commesso nulla, ma coi tedeschi non v’era nulla da meravigliar...”. Tramite l’archivio della Diocesi di Carpi, come riportato nelle memorie coeve (1945) estese del segretario del Vescovo, don Antonio Maria Gualdi detto Tonino, è stato poi possibile accertare in che modo l’Azione cattolica si mosse organicamente per aiutare chi in quel periodo fosse in via di deportazione come chiarito proprio dalle sue parole: “In quel giugno (1944) però cooperai all’organizzazione dei soccorsi da parte di Gioventù Femminile di S.Francesco nell’occasione di partenze di politici internati per la Germania. Io stesso mi trovai una volta al treno, potendo comunicare i nominativi alle famiglie”.  

p.a.

 

400 visualizzazioni