In discesa continua nella scala demografica

Carpi sparita dalle cronache dei primi nati nel nuovo anno

In discesa continua nella scala demografica

Uno può prenderla come  effetto di un certo, inferiore appeal  del reparto di Ostetricia e  Ginecologia del Ramazzini che  al tempo di Massimo Camurri,  Giuseppe Vertechy, Riccardo  Rolli, Giuseppe Masellis  funzionava come una autentica  “fabbrica del neonato”,  attirando partorienti da mezza  regione. Ma dover assistere,  fatto mai verificatosi in precedenza,  a una Carpi tagliata  fuori dalla corsa cronometrata  al primo nato del nuovo  anno, tanto da dover rinviare  non solo di minuti e ore, ma addirittura  di giorni il primo, lieto  evento del 2020, rappresenta  qualche cosa di straordinario.  E che merita una riflessione  che va molto al di là del reparto,  per spingersi piuttosto a collocare  la città nel contesto della  crisi demografica nazionale. 

 ***  In questa prospettiva, il  mancato lieto evento dopo  la mezzanotte del 31 dicembre  simboleggia soprattutto  la conferma di un saldo naturale  passivo che non conosce  inversioni di tendenza: meno  163 nel 2018, addirittura -228  nel 2019. Saldo sempre negativo  per 37 degli ultimi 40 anni,  dunque anche quando il reparto  era più attrattivo. Simboleggia  altresì il poco consolante  trend demografico che,  fra i 7 mila 914 comuni italiani,  colloca Carpi, sempre nel  2018, al 3 mila 61esimo posto  per tasso di natalità e al 5 mila  424esimo per tasso di mortalità  (fonte: ugeo.urbistat.com).  Con l’effetto, che è sotto gli  occhi di tutti, di un costante  invecchiamento della popolazione.  E’ una tendenza forte,  propria di tutta la Penisola.  Ma diventano poco consolatorie,  al confronto, le cifre sventolate  dall’Amministrazione  comunale che parlano di un  trend di crescita demografico  (dato dal tasso di natalità  detratto quello di mortalità e  sommato al tasso migratorio)  in costante incremento dal  2013, scandito dal più 1,28 del  2014, altalenante fino al più  0,97 del 2018 che ha fatto aumentare  i residenti da 69 mila  530 a 71 mila 836. 

 

Che cosa importa se poi  ci si ritrova con una popolazione  di età media sui 45 anni  che colloca Carpi al 5 mila  245esimo posto fra gli 8 mila  comuni italiani? Se gli ultrasessantacinquenni  sono 7  mila più degli under 14? Se le  famiglie con uno o al massimo  due componenti raggiungono  le 20 mila sul totale di poco  più di 30 mila e se fra queste  i nuclei familiari composti da  una sola persona sopra i 65  anni rappresentano da soli la  metà di tutte le famiglie unipersonali?  E se il tasso di dipendenza  degli anziani dalla  popolazione attiva è passato  dal 17,53 per cento del 1975 al 36,36 del 2018?  L’arrivo di un nuovo anno  stimola sempre a riflettere sui  grandi numeri della demografia:  e per Carpi non sono numeri  incoraggianti.  Le politiche sociali di sostegno  alla natalità come  il bonus bebè inserito nella  legge di bilancio del governo  suonano come una conferma  che il problema è nazionale.  Le culle vuote trovano una  spiegazione nel profondo della  società, in un costume e in  una cultura radicati: “Il declino  della natalità – spiegò il ginecologo  Ruggero Consarino  in una intervista a questo  giornale del dicembre 2018 – è  legato proprio alla mancanza  volontaria dei figli (...). E’ una  scelta, ed è uno stile di vita  che in un certo senso aumenta  la libertà”. E concludeva: “Si è  come passati da uno stato di  senza figli a uno stato di liberi  da figli: un paradigma completamente  nuovo”. Di fronte  a tutto questo, le politiche di  incentivazione strettamente  attinenti alle nascite sono indispensabili.  Ma non bastano,  se è vero che è proprio nelle  aree di maggior benessere  del Paese e anche in una città  come Carpi in cui i servizi per  nidi e scuole d’infanzia non  mancano di certo, che il fenomeno  ha assunto dimensioni  così rilevanti.  Quando si deplora la tendenza  al declino della città,  alla sua mancanza di futuro,  è dunque da qui che occorrerebbe  partire, prima ancora di  cercare il solito, unico colpevole.  Che poi risulta invariabilmente  il Comune, dando  l’illusione che basti l’asportazione  chirurgica dell’attuale  gruppo dirigente per invertire  l’andamento. 

 

Con questo non si vuol dire  che non esistano anche molte  cose sulle quali un ente locale  possa agire per attenuare le  cause della crisi demografica  e rendere Carpi una città in  cui valga la pena far nascere e  crescere dei figli.  Delle politiche sociali, in particolare a tutela dell’infanzia,  come detto, non ci si può  lamentare. Anzi, è semmai il  fortissimo drenaggio di risorse  pubbliche che esse comportano  e che finisce anche per  attirare insediamenti da fuori  città che sta annichilendo tutto  il resto, diminuendo i margini  di manovra nella spesa  corrente ancora più che quella  per investimenti, rallentati  piuttosto dalle normative e da  non pochi problemi di funzionamento  degli apparati amministrativi.  La città, ormai è  evidente, richiede investimenti  in bellezza, funzionalità, dotazioni  sportive e per il tempo  libero. Ha bisogno di scelte  che puntino all’abbattimento  del traffico veicolare, con aree  di sosta che siano deterrente  all’uso dell’auto, l’ampliamento  delle zone pedonali anche  in periferie che non siano solo  dormitori e con aree e corridoi  verdi già in progetto. Richiede  una polizia urbana meno occhiuta  nelle cose d’ufficio e più  presente in quelle che toccano  la vita quotidiana dei cittadini;  una dirigenza comunale  non mercenaria ma animata  da un forte un senso di appartenenza;  politiche culturali  che facciano meno spettacolo  e più valorizzazione del  patrimonio identitario cittadino;  servizi sveltiti e dove le  sedi contino meno della tecnologia;  una intraprendenza  pubblica che non si fermi alle  proprie aree di competenza,  siano esse fisiche o legislative,  ma stimoli e dialoghi con  il privato, spingendolo a compromessi  e ad accordi dentro  le proprie visioni.  

Su questo si vigilerà, come  sempre, nel corso del nuovo  anno. Ma poi servono anche  lavoro, non qualunque, ma  all’altezza delle aspettative;  una scuola che guardi sì alla  formazione culturale, ma anche  alle richieste del sistema  produttivo; una formazione  professionale predisposta anche  per il riciclaggio veloce di  professionalità, come richiesto  dai tempi; la fuoruscita  dalla monocultura industriale  che rischia di far affondare la  città insieme al tessile-abbigliamento,  a meno che le tendenze  mondiali in atto nella  moda, a partire dal pronto,  non suggeriscano nuovi orizzonti  produttivi. Servono idee,  insomma, che possono provenire,  oltre che dalla pubblica  amministrazione, anche da  imprenditori, dirigenti scolastici,  professionisti.  Per dire che il futuro lo  si costruisce un po’ tutti, sapendo  tuttavia che anche questa  consapevolezza e tutte le  misure indicate potrebbero  non bastare a invertire una  tendenza demografica che ha  radici troppo profonde nella  cultura e nel costume.    

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