La lettera che George Hay prigioniero a Fossoli non riuscì mai a leggere

Scritta dalla moglie di Newcastle il 10 aprile 1943

La lettera che George Hay prigioniero a Fossoli non riuscì mai a leggere

Mio caro George, ciao tesoro. Non ho avuto tue notizie, quindi spero e so che sarai felice quando riceverai questa lettera. Io spero solamente tu abbia ricevuto i pacchi viveri che ho spedito. Vorrei solo vedere il tuo viso quando li riceverai. Tesoro, ti amo molto e prego, aspettando da troppo tempo, di poterti vedere”. Queste le accorate parole che aprono una lettera spedita nell’aprile del 1943 da Newcastle in Inghilterra al “prigioniero di guerra”, il soldato semplice George Hay, matricola 7940305, detenuto nel campo di prigionia numero 73 di Fossoli. E’, quella della moglie di George, Frances, mittente della missiva, una delle tante, impressionanti ed emozionanti testimonianze dei protagonisti (loro malgrado) del secondo grande conflitto mondiale. 

Una testimonianza che riguarda da vicino Carpi e il “suo” campo di concentramento, quello di Fossoli, che come noto, prima di diventare Polizei-Durchgangslager e cioè campo di smistamento per prigionieri politici e razziali, fu per un certo periodo anche campo di prigionia per soldati catturati da italiani e tedeschi durante i combattimenti in Nord Africa. Prima dell’8 settembre 1943, il campo di Fossoli (costruito dal Genio militare nell’agosto dell’anno prima) era alle dirette dipendenze dello Stato Maggiore Esercito-ufficio prigionieri di guerra. Ospitava in massima parte inglesi, ma con qualche eccezione. Era comandato da un colonnello il quale aveva anche la responsabilità dell’ospedale di Carpi che, dopo lo scoppio del conflitto, era stato trasformato in ospedale militare. Si conoscono corrispondenze dirette al campo e provenienti dall’Inghilterra transitate tramite la Croce Rossa Internazionale poiché ai prigionieri di guerra era concesso scrivere saltuariamente a casa ed era consentito ricevere corrispondenza. Il Regio Esercito aveva individuato a Fossoli l’area (la cosiddetta “area del primo campo”) da destinare a ospitare prigionieri di guerra. Occupava il tratto a nord di quello che poi diventerà, con l’ampliamento e la costruzione delle baracche, il “secondo campo”, il più esteso in cui furono concentrati gli internati civili dopo lo sgombero dei militari inglesi. Esistono alcune foto che documentano questa prima fase, affidata interamente alla sorveglianza del Regio Esercito, con i prigionieri attendati: fra loro, con ogni probabilità, anche il nostro George Hay che stava risalendo la penisola, di campo in campo, dopo essere stato catturato forse in Libia quando l’Afrikakorps di Rommel laggiù mieteva ancora successi. Lo testimonia il numero progressivo che gli Italiani davano ai campi raccolta prigionieri di guerra. il campo 53 di Sforzacosta di Macerata, il 63 di Gravina di Bari, il 73 di Fossoli (impresso nel sigillo del Regio Esercito di cui rimangono le impronte su documenti d’epoca conservati nell’Archivio storico del Comune di Carpi), che faceva capo al servizio di posta militare 3200, come chiaramente indicato sulla missiva indirizzata a George Hay, il quale tuttavia, quando la lettera di sua moglie arrivò a Fossoli, a Fossoli non c’era già più. Il militare italiano di servizio all’ufficio postale del campo, infatti, controllato l’elenco dei prigionieri, si premurò di cancellare sulla busta della lettera il numero 73 aggiungendo a matita CC148/X che stava ad indicare il campo di concentramento numero 148, sottocampo dieci, nel frattempo aperto in provincia di Verona, precisamente a Isola della Scala. I prigionieri inglesi erano infatti in gran parte stati trasferiti fra San Martino Buon Albergo, Oppeano, Lazise, Mozzecane e Zevio, tutti sottocampi assieme a quello di Isola della Scala in cui transitò George, in attesa dell’ulteriore paventato trasferimento in lager germanici. C’è ancora qualche Carpigiano che ricorda distintamente le colonne dei prigionieri inglesi che dalla stazione di Carpi, a piedi, andavano o venivano dal campo di Fossoli. Alcuni si ricordano anche che a questi prigionieri, i Carpigiani allungavano di nascosto qualche pezzo di pane. È anche accaduto che più di uno, lungo il percorso sia riuscito, con qualche complicità e nonostante la sorveglianza, a occultarsi, sottraendosi alla prigionia. Non George Hay, che fu trasferito altrove e la cui sorte rimane un mistero: “Tesoro – gli scrive ancora la moglie nella sua lettera – ho ricevuto un biglietto da parte tua datato 12 dicembre (tre mesi prima, ndr), ma non so da dove sia stato scritto”. Anche di tanti altri prigionieri nulla si sa più. Nemmeno di un certo “Fredo”, forse un vicino di casa di George, la cui moglie, riporta sempre la lettera, lamenta di non avere più notizie da tempo. La missiva, che porta evidenti i segni della censura subita prima dagli Inglesi e poi dagli Italiani (al verso della busta è chiaro il timbro “Ufficio censura posta estera”) forse non ha mai raggiunto George. 

Dentro la busta, nel foglio ripiegato, c’è ancora la foto della moglie con in braccio un bimbo in tenera età: Gordon, il figlio della coppia. “Tesoro – conclude la sua lettera Frances – la carta sta finendo e devo essere breve e devo finire. Ma non prima di averti detto quanto ti amo e quanto aspetto il giorno in cui ci rincontreremo. Quindi amore, buonanotte e dio ti benedica...”.

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