Mauro e i particolari che narrano la Storia

Mauro e i particolari che narrano la Storia

Una data della storia repubblicana assimilabile all’11 settembre nel suo valore di svolta epocale? Per Ezio Mauro (nella foto), ex direttore e oggi editorialista del quotidiano la Repubblica che, intervistato da Pier Luigi Senatore, ha aperto venerdì pomeriggio la quattordicesima Festa del racconto di Carpi, ce ne sono almeno due. La prima è il 25 aprile 1945, “...elemento fondativo – ha sottolineato – della catena che unisce istituzioni, costituzione e democrazia” ed effetto del riscatto dal fascismo sul quale è in corso un’opera di banalizzazione, con riduzione dell’antifascismo a poca cosa ed emergere di fenomeni preoccupanti. L’altra è quella del rapimento e poi dell’assassinio di Aldo Moro, che riassume sia la sfida del terrorismo alla democrazia che l’interruzione del disegno dello statista di portare a compimento la democrazia italiana, legittimando il Partito comunista a governare.

 

 Ma non è stato tanto sulle grandi scansioni della recente storia d’Italia che Mauro è riuscito ad avvincere il pubblico, quanto con il racconto – questo sì – delle sue esperienze di cronista, dentro la grande storia, certo, ma riportate dalla prospettiva di chi vi ha assistito da testimone diretto. E con l’attenzione a cogliere quei “particolari, e particolari dei particolari – ha sottolineato, citando Nabokov – in grado di trasformare la storia inerte in qualche cosa che vale la pena di leggere”. 

 

E allora è stato il momento del racconto degli attentati terroristici a Torino (“Nessuno può dire di aver davvero conosciuto il terrorismo se non è stato a Torino in quegli anni”); della caduta del Muro di Berlino; della visita al carcere della Stasi; del ricordo delle fughe da quella prigione nel cuore dl’Europa che è stata per 28 anni la Ddr; del ricordo commosso di Vittorio Zucconi e della sua facilità di scrittura che ne faceva un narratore insuperabile. E, invitato a pronunciarsi sull’attualità italiana, ha parlato di un paese incattivito e frantumato in cui si è perduta quella “civiltà italiana” fatta di condivisione della responsabilità generale e “costruita dai nostri padri e madri”. Ha parlato di una democrazia che non può convivere con le disuguaglianze che escludono, generando la rabbia e la paura dei forgotten men, i dimenticati, che qualcuno coltiva in chiave di antipolitica e antisistema, relegando a connotato di una casta il sapere e le competenze, quando non servano a migliorare le condizioni materiali della gente.

 

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