Un testo di Gianfranco Imbeni

Un testo di Gianfranco Imbeni

Ma dove sono finiti i "matti” della città?

Il testo che segue fu pubblicato su Voce del 29 marzo 2000 nella rubrica Sottovoce. Lo riproponiamo in ricordo dello stile di scrittura di Gianfranco Imbeni

 

Fino a pochissimi anni fa in questa città si pote­vano fare incontri che si rivelavano, insieme, esilaran­ti e singolarmente nutritivi. Al Caffè del Teatro, ad esempio, ac­cadeva che ti colpisse la com­punzione con cui, tutto solo, un signore assai distinto affrontava in punta di forchetta il suo filet­to di vitello irrorandolo con del pinot nero. Non resistevi al bril­lìo shakespeariano del suo am­miccare tra se medesimo, e in­terloquivi (era ancora possibile rivolgere la parola a estranei senza rischiare reazioni disgu­state): “Mi scusi, lei è forse uno degli attori impegnati qui al Comunale?”. La risposta scivolò sopra un sorriso di condiscendenza: “La sua domanda non mi sorpren­de, in effetti c’è chi trova in me una notevole rassomiglianza con Alain Delon”. Tu lo avevi piut­tosto scambiato per una specie di sosia del comico Carlo Dapporto, ma l’equivoco non è così grave da spegnere il collo­quio.

Scopri così che quel si­gnore è un avvocato matrimo­nialista di una qualche notorie­tà, che ha un nome molto simile a quello di un celebre glos­satore medievale petroniano e che per giunta viene proprio da Bologna. Aveva trasferito il suo studio a Carpi per sfuggire, sem­bra, a complicate vicende fami­liari di sapore elisabettiano, e qui da noi, con fantasia parte­nopea (in virtù di qualche sua ascendenza campana) contribu­iva ad alimentare quel che ri­maneva delle notti carpigiane: ore estenuanti nell’unico night club della città che, fatta salva la domestica venustà di qual­che ragazza russa o polacca, accoglieva i clienti in un’atmo­sfera da circolo Acli anni Ses­santa. Era meglio che niente, là si poteva discettare, che so, sulle donne ucraìne e scoprire che sempre o piangono o ridono, che le donne ucraìne non hanno uno stato d’animo intermedio. Quel giureconsulto, in defi­nitiva, favoriva, in chi la posse­desse, la curiosità nei confronti dell’universo umano, che è l’uni­co obiettivo degno di attenzio­ne, e lo faceva col piglio e la facondia di quando si gettava sulle spalle la toga forense.

In tema di procuratori lega­li, poi, come non ricordare quel nostro avvocato, e amico since­rissimo, che ci ha lasciati al­l’improvviso un paio di mesi fa e del quale un forse non dimen­ticato “Dizionarietto dei carpi­giani”, già nel 1983, diceva: “Sua nota distintiva è l’interesse au­tentico per la nostra città. Ma non per l’antica cinta muraria o per onanistici ripristini con­servativi dei suoi palazzi e monumenti, bensì per la Carpi vivente, cioè per i suoi concit­tadini”. L’amico Niki aveva un rapporto del tutto fiducioso e aperto con i suoi simili ai quali non risparmiava, tuttavia, cri­tiche e sfottò e coi quali, all’oc­correnza, ingaggiava dei match verbali terrificanti, delle sfide all’ultima micidiale battuta. Ma sapeva stare al gioco, sa­peva “riconoscere” gli altri (non era sartriano, come molti suoi concittadini, gli altri per lui non erano “l’inferno”) e per un’im­magine o un aggettivo ben az­zeccati era pronto a giocarsi la carriera. Frequentava i diversi da sé non per amore della pro­vocazione ma perché attratto dall’esperienza del nuovo e per­ché ossessionato – come dovrem­mo essere tutti ­– dall’assurdità di coloro che vivono come delle amebe acquattate a grappolo.

Il contatto ravvicinato con simili protozoi genera qualche volta dei gustosi fraintendimen­ti. Una volta il nostro avvocato andò a cenare in quel di Fossoli nella splendida corte già dei conti Malaguzzi, dove si teneva l’annuale festa estiva del partito della Rifondazione comunista. Lui che non aveva mai fatto mistero delle proprie idee poli­tiche non precisamente di sini­stra, si trovò al tavolo insieme con l’oratore ufficiale della se­rata, un serioso parlamentare venuto dal Meridione che lo scambiò per un autorevole com­pagno del luogo. La discussione che seguì fu degna della miglio­re commedia all’italiana, ricca di enigmi e di oscurità e, quel che più conta, senza l’agnizione finale dell’identità dei due per­sonaggi (nessuno degli astanti si era premurato di fare le pre­sentazioni). Questo era (ora non più) lo stare insieme nel passato pros­simo quando la folla della no­stra cittadina in qualche caso era come quella, in scala ridotta, di un ippodromo o di una sala-corse (adesso si direbbe di una ricevitoria del lotto o di una tabaccheria attrezzata per le scommesse): luoghi dove ci sono uomini che mettono a rischio se stessi, anime sempre in pericolo, mol­te già perse senza sapere bene il perché, oppure rassegnate a per­dersi. Tra queste anime spiccava­no quelle di chi “non ci stava”, esseri che apparivano un po’ esotici perché non si adopera­vano e non si affaticavano per non morire, come fanno i più ma senza successo. Per molti di noi, che la temiamo così tanto, la morte è semplicemente una formalità, quelli che ci manca­no davvero la tenevano nel con­to minimo che merita.

 

Uno di questi ultimi, entrato in defunzione già da qualche anno, ci è occorso casualmente di reincontrarlo dove meno lo avremmo sospettato, in un sito Internet del settimanale Il dia­rio dedicato a una “Enciclope­dia dei matti d’Italia”.

E’ la raccolta delle imprese e dei comportamenti atipici di tante persone eccentriche di ogni parte della penisola. Alla voce Modena una riga sola dà testimonianza del un nostro con­cittadino perduto: “Uno era Al­berto Fumagalli, poeta e alcoliz­zato”. Una epigrafe, si direbbe, concepita con perfetta concisio­ne telematica. Un epitaffio ica­stico che sulle prime ci è parso riduttivo e ingeneroso, al punto che è stata forte la tentazione di trasmettere un messaggio inte­grativo (l’indirizzo è mattitaliani@hotmail.com ) che disegnasse in modo più circo­stanziato la personalità e l’ope­ra del Fummagalli (con due “m” come abbiamo appreso dai ma­nifesti mortuari). Ci siamo detti: il caro, vecchio “Fuma” (mica tanto vecchio, 40 anni!) non può essere liquidato con due quali­ficazioni, “poeta” e “alcolizza­to”, che sanno tanto di Beat generation, che dicono tutto e non dicono niente. Ci sarebbe poi da ridire anche sulla sua inclusione tra i cittadini mode­nesi: lui Modena la ignorò com­pletamente. Visse piuttosto in Spagna, dove imparò il flamen­co, e a Roma dove frequentò l’Accademia d’arte drammatica “Silvio D’Amico” ed entrò in dimestichezza con Pier Paolo Pasolini.

Per quasi tutta la sua vita svolse una funzione, più o meno consapevole, di “arredo urbano umano” impareggiabile al ser­vizio della sua città, inondan­done le notti estive col suo “can­to solitario” (un impasto di lun­ghi guaìti e di reminiscenze jazz-pop) e soltanto l’inseparabile lattina di birra (da cui il sopran­nome di “lattin lover”) poteva imparentarlo con un Charles Bukowski.

Nella sostanza, l’originalità della sua vena lirica, linearmen­te espressa ai tempi dei “Sillogi­smi declinanti” degli anni Ot­tanta, imparenta il nostro Fummagalli con gli èsiti più decorosi della tradizione poeti­ca nazionale: “Parla piano - più piano... ­Anzi, non parlare: - per noi par­lano - le rane morte, - il ponte rotto, - l’erba tagliata”. In realtà non taceva mai, apostrofava i passanti, ma senza importunar­li più di tanto, arringava ampol­losamente i giovani dei caffè di piazza e, appunto, cantava espri­mendosi in un suo personalissi­mo gramelot.

Carpi non era avvezza all’in­quietudine che le provocavano questi lirismi notturni. Così come stenta ad abituarsi, oggi, al silenzio che è calato su di lei. La voce dei nostri “matti” si è spenta. Un’altra ipotesi è che si sia stemperata in un borbottìo generalizzato, stento e poco com­prensibile. E il cambio non è dei migliori.

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