Si è spento don Nino Levratti, padre dello scoutismo a Carpi

Si è spento don Nino Levratti, padre dello scoutismo a Carpi

Si è spento questa mattina all'ospedale Ramazzini, dove era ricoverato, don Nino Levratti. Era considerato il padre dello scoutismo carpigiano, avendo ricondotto generazioni di ragazzi della città al modello pedagogico di Baden Powell. Ordinato sacerdote a guerra appena conclusa, il 7 giugno del '45, don Nino Levratti viene destinato prima alla parrocchia di Mirandola e poi all'oratorio di Carpi. A Mirandola e subito dopo a Carpi prese le redini della gioventù che viveva intorno alla parrocchia e all'oratorio cittadino, rifondando i reparti scout e facendo del metodo del generale inglese uno strumento prezioso d'educazione alla serietà, all'impegno ed alla formazione dei ragazzi. 

Riportiamo qui un brano dedicato a don Nino, tratto da "Un oratorio nella storia” scritto da Gianfranco Imbeni nel 2007, in occasione dell'uscita del libro "La nostra età fiorita” che il sacerdote scrisse per ricordare l'epopea dell'Oratorio di via Santa Chiara:

UN ORATORIO NELLA STORIA

di Gianfranco Imbeni

 

«L'attualità di don Nino la ravvisiamo soprattutto nella sua volontà e nel suo talento nel "fare parrocchia". Quel campo dell'Eden, che nel dopoguerra si chiamava "di don Benatti", con i suoi vasti spazi chiostrali collegati, al chiuso e all'aperto, costituiva rispetto ad altre più modeste realtà parrocchiali la testimonianza, la prova concreta di una visione più complessiva, più alta, di quell'unica "educazione sentimentale" collettiva che i Carpigiani hanno conosciuto. Una educazione che si sviluppava nel segno della fede nell'imperscrutabile, o perlomeno in quel "sentimento di religiosità che alberga in ogni cuore cittadino" come era solito concludere sbrigativamente don Ivo Silingardi. Ed è curioso che a inventare e a condurre per tanti decenni un movimento giovanile di così vasto e profondo respiro "popolare" sia stato un convinto seguace del generale inglese Baden-Powell, un presbitero, don Levratti, che nei modi come forse nel suo sentire profondo, offre una perfetta immagine di understatement che più english non si può. Si direbbe che il fantasma benigno della riforma protestante si aggiri sopra la nostra più tradizionale e riuscita forma di aggregazione educativa e sociale. Che ancora resiste e anzi in questi mesi mostra segni di rinascita anche in taluna di quelle parrocchie che, per tanto tempo, tra sagre "inventate" (Madonne "delle rose" e santi Bernardini a cui non si rivolge nessuno) e scoppiettìi di iniziative da festa dell'Unità, se ne sono rimaste tranquillamente inattive. Il sabato e la domenica, e nelle altre feste comandate, solo le squadriglie scout animano i cortili delle canoniche, una "giovanezza" che "non vien meno".
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Il leopardiano "Sabato del villaggio", canzone fuori da ogni schema metrico ma con magnifici ricorsi alla rima al mezzo, è posta dall'autore in esergo al volumone ai versi 44-48 che qui riportiamo perché l'editor, o chi per lui, è riuscito ad accumulare cinque errori di trascrizione in sole sei righe, oltre all'indebita frantumazione di due endecasillabi: "...cotesta età fiorita / è come un giorno d'allegrezza pieno, / giorno chiaro, sereno, / che precorre alla festa di tua vita". L'eco di questi versi raggiunge le penultime righe dell'Introduzione ("Ritorno alle radici") scritta da don Nino: "Fatico a comprendere le persone senza speranza.
Penso al vuoto di senso che li accompagna. Tuttavia, mi sono reso conto dell'abisso che esiste, talvolta, tra gli ideali sognati nelle prime stagioni della vita e la realtà vissuta e condizionata da esperienze imprevedibili". Il pessimismo "cosmico" del Leopardi sembra contraddire il don Nino oratoriale quando dice: "La fede che il Signore mi ha donato mi permette di essere ostinatamente ottimista", e poi ricongiungervisi quando alla fine esorta "a vivere, con saggezza, i giorni nostri che ancora 'sono sotto il sole' (Qoelet)". E' propriamente quanto ha fatto Giacomo Leopardi per l'intero arco della sua breve età adulta, la sua "festa" che non aveva certo tardato "a venir", la quale segnò la fine delle illusioni, ma anche l'inizio della luminosa stagione della "Ginestra, o il fiore del deserto" un canto stupendo, una preghiera laica, che anche lui fece precedere da una citazione biblica: "E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce" (Giovanni, III, 19).
Gli stessi umani che si aggrappano anche oggi a "superbe fole", le fedi religiose e gli idealismi progressivi, le une e gli altri fondati sul principio illusorio e pernicioso che l'uomo sia padrone e signore, centro e fine dell'universo. Con tutti i guai, i crimini, i disastri che abbiamo sotto gli occhi».

 

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