Il tessile alla stretta finale

Graziano Daviddi portavoce di una situazione alla soglia del dramma

Il tessile alla stretta finale

"Abbiamo più di venti macchine circolari e in questo momento ne sta andando solo una” commenta con amarezza l’uomo che da 40 anni rappresenta l’eccellenza della tessitura. “Per competere servono minori tasse e costi, partendo da quello del lavoro"

Carpi – «Il settore è ammalato gravemente e non soltanto a causa del Coronavirus. Ormai sono due anni che la situazione è precipitata». Sono le parole (sconsolate) di Graziano Daviddi, titolare di David-Tex, azienda di tessitura per maglieria esterna per conto terzi che nel 2021 taglierà il traguardo dei 40 anni di attività (è stata fondata nel 1981 da Graziano insieme ai fratelli Dino e Dario).

«Negli ultimi anni nel distretto carpigiano ha chiuso il 30 per cento delle tessiture, per non parlare delle maglierie e di tante aziende di moda – dice Daviddi –. Moltissimi nostri clienti non ci sono più e per giunta uno dei più importanti, che è stato venduto qualche mese fa a una nuova proprietà, non ci ha ancora confermato se continueremo a collaborare con loro come fornitori. Il settore del tessile-abbigliamento è sempre più in difficoltà, indipendentemente dal Coronavirus che ha soltanto contribuito a peggiorare una situazione già problematica».

Quando gli chiediamo se questa emergenza non possa servire da lezione, in futuro, per non dipendere così tanto da chi sta dall’altra parte del mondo e tornare alle produzioni locali, allarga le braccia. «In teoria sì – risponde –, ma non è così scontato e finora non è successo. Facciamo parte di una filiera che comprende diversi passaggi: filatura, tessitura, trattamenti, confezione e prodotto finito. Con la globalizzazione la maggior parte delle fasi produttive è stata spostata all’estero: in Cina, ma anche in Turchia, Bangladesh o nell’Europa dell’Est. Dove costa tutto meno, soprattutto il lavoro. Adesso siamo ancora più in stallo di prima perché se si blocca una fase della filiera noi siamo fermi. Dovremmo lavorare sulle collezioni autunno-inverno 2020-21 presentate nelle recenti fiere di settore, ma l’emergenza sanitaria causata dal Covid19 ha fermato prima le materie prime, come per esempio i filati, che arrivano per la maggior parte dalla Cina. Noi, lavorando per conto terzi, dipendiamo da chi ci commissiona il lavoro – prosegue –: i filati ce li forniscono i clienti e a volte sono italiani, altre volte importati. E se non arrivano perché è tutto fermo, noi non possiamo produrre. Tra l’altro quando l’epidemia si è propagata anche in Italia, si sono fermati gli ordini, soprattutto dall’estero e di conseguenza le produzioni. Un disastro, insomma».

Daviddi ci mostra con orgoglio il suo ampio e versatile parco macchine. «Abbiamo più di 20 macchine circolari e in questo momento ne sta andando soltanto una – ammette con rammarico –. Fino a pochi anni fa avevamo 12 dipendenti, oggi sono 4. Non ci sono parole per esprimere l’amarezza e la frustrazione che provo e mi dispiace perché ho sempre voluto puntare sul ricambio generazionale coinvolgendo mio figlio Luca e mia nipote Daniela, ai quali ho passato il testimone in un periodo terribile per questo settore. La nostra azienda ha sempre investito in macchinari e tecnologia. Abbiamo certificazioni di tutti i tipi: per la qualità dell’organizzazione (Uni En Iso 9001) e per l’attenzione all’ambiente e alla salute umana (come per esempio ICEA/GOTS) nonché un archivio-catalogo per la clientela che documenta l’evoluzione della moda degli ultimi 40 anni ed è una preziosa fonte di ispirazione per la nostra clientela. Evidentemente tutto questo non basta più. E pensare che nel 2004 figuravamo nel Repertorio regionale delle cento imprese eccellenti…».

Nonostante tutto l’imprenditore carpigiano non perde la speranza.

«Di carattere sono ottimista e voglio continuare a credere che, una volta passata l’emergenza Coronavius, si possa in parte risolvere questa situazione, sebbene con la consapevolezza che non si potrà più tornare ai “fasti” di un tempo – afferma –. Il governo e le istituzioni però devono fare la loro parte e aiutare le aziende a ripartire e a lavorare dignitosamente. Fare impresa oggi è difficilissimo: le spese da sobbarcarsi sono sempre di più. Per poter essere competitivi lo Stato dovrebbe abbassare il costo del lavoro. E poi oltre al costo del lavoro bisogna mettere in conto i costi per i software, i contratti di assistenza, la sicurezza, la gestione e poi le tasse comunali. I Comuni, vista la situazione, sono disponibili a ridurre le tasse come per esempio l’Imu? Se ne sta parlando, ma chissà…».

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