I Cinesi? Bene così e non si chieda perché

Viaggio nei problemi delle aziende del made in Carpi: la questione Cinesi

I Cinesi? Bene così e non si chieda perché

Non più per i loro prezzi competitivi, su cui fanno cartello: sono indispensabili per la velocità di consegna. Tutti sanno il motivo, ma nessuno vi insiste più di tanto. Anzi, si teme che vadano via

La maggior parte delle aziende tessili carpigiane vanta un prodotto made in Italy, requisito essenziale soprattutto per rendersi “appetibili” per una clientela estera ancora molto attratta dal fascino della moda italiana, sinonimo di eccellenza, saper fare e creatività. E’ un dato di fatto però che la filiera alla quale attingono queste imprese abbia consistenti segmenti di manodopodera cinese. Abbiamo quindi cercato di capire come si sia sviluppato questo fenomeno e come si stia evolvendo. Spesso per i clienti italiani il made in Italy non è un valore fondamentale, dal momento che sull’acquisto di un capo incide molto più prepotentemente il prezzo. Discorso completamente diverso invece per gli acquirenti stranieri, come ci ha confermato Giorgio Carretti, titolare di Sea. «Per tutti il made in Italy è percepito come segno di qualità e immagine. Il cliente sente la necessità di essere rassicurato, quando acquista un marchio non troppo conosciuto percepisce il made in Italy come una garanzia. Invece quando acquista un marchio famoso non ne sente più così fortemente la necessità, è il marchio stesso a rassicurarlo».

A confezionare i capi made in Italy sono per lo più aziende gestite da Cinesi, nelle quali lavorano solo Cinesi. Un fenomeno che si è radicato in tempi non sospetti, come conferma Angela Gavioli, titolare della Luciano Pavarotti. «Prima ancora che i Cinesi arrivassero qui sono state le aziende più grandi a portare il lavoro in Cina o comunque all’estero e se inizialmente la loro forza era il prezzo, ora sono anche bravi». A questo proposito ha le idee chiare anche Rossano Razzoli, titolare dell’azienda che porta il suo cognome (Razzoli). «La fase della confezione è ormai monopolio della manodopera cinese – afferma –. I Cinesi hanno dalla loro almeno due punti di forza. Il primo è il prezzo, o almeno era così all’inizio, ora si sono allineati con quelli che erano i prezzi dei lavoranti autoctoni, ma hanno la capacità di non farsi concorrenza tra loro, creando una specie di cartello al quale dobbiamo per forza sottostare. Il secondo sono i tempi lavorativi. E’ evidente che la loro incuranza di quelle che sono le regole e l’etica del lavoro garantiscono tempi di consegna che gli Italiani non sarebbero mai in grado di eguagliare». Anche Rosanna Crevatin, titolare di Rosanna&Co., ritiene che la velocità incida ancor più del prezzo. «Anche volendo, di laboratori italiani con cui lavorare non ce n’è quasi più e la manodopera cinese è l’unica possibilità. Qualcuno, ma non intendo noi imprenditori, avrebbe dovuto cercare di fermare e arginare questo fenomeno all’inizio, adesso ormai non si può più fare nulla. La loro forza non è neanche tanto il prezzo, non così vantaggioso rispetto ai prezzi dei lavoratori italiani, quanto le tempistiche e con un mercato così frenetico avere qualcuno che lavora senza limitazioni di tempo è l’unica strada». Per Tamara Gualandi di Donne da Sogno un altro elemento che rafforza i lavoranti cinesi è la collaborazione. «Non si fanno concorrenza, tra loro comunicano e adeguano i prezzi, nessun cinese arriva e ti dice “io il lavoro te lo faccio per meno”, anzi è più probabile che chiedano di guadagnare come il collega che hanno scoperto prendere di più. Se chiamiamo un lavorante cinese che conosce un altro nostro lavorante, lui non viene, o comunque prima ne parla con chi già collabora con noi. Tra loro non si ruberebbero mai il lavoro. Inoltre ciò che ha sempre messo in ginocchio i laboratori italiani è la stagionalità di questo lavoro – aggiunge –, avere dei dipendenti fermi per settimane è comunque un alto costo. Senza voler andare troppo a scavare sui perché, questo è un aspetto molto meno pesante per i laboratori cinesi». Anche Anna Giovinazzo (Mr. Giuly Mode) non se la sente di “scavare” troppo a fondo. «I laboratori cinesihttp://www.rossoperla.com si occupano esclusivamente di confezione, tutto ciò che è studio e realizzazione del primo campione e della fase “stiro-imballo-spedizione” è seguito da noi internamente o comunque da Italiani. La loro forza è sicuramente il prezzo e non voglio sapere come fanno a fare dei prezzi così bassi». Rincara la dose Fabrizio Stermieri di Paola Davoli Knitwear: «Per farcela i Cinesi hanno messo in pratica una politica di bassi prezzi abbinata a tempistiche velocissime; naturalmente per riuscirci diciamo che non hanno seguito la normale burocrazia…». Della stessa opinione Giorgio Carretti che afferma: «Sicuramente c’è una responsabilità politica nel momento in cui la burocrazia ha letteralmente affossato i lavoranti italiani che probabilmente seguivano le regole più di altri. Certo sta calando anche il numero dei Cinesi che confezionano, ma credo che il fenomeno sia più che altro legato a un assestamento del mercato e a un effettivo calo di produzione».

Secondo Paola Casarini, responsabile commerciale di Rosso Perla, il fatto di aggirare le regole ha certamente aiutato lo sviluppo dei laboratori cinesi. «Anche l’immigrazione cinese ha fortemente influenzato e rovinato la rete produttiva su cui si appoggiava il nostro settore. Gli Italiani sono sempre stati schiacciati dalla burocrazia e dai costi del lavoro, mentre i cinesi sicuramente non hanno seguito le regole, almeno all’inizio. Ora ci stiamo accorgendo invece che molti di loro stanno tornando in patria (chi dopo il terremoto, chi perché in Cina non ci sono più le limitazioni di una volta) con il risultato che l’Italia sta perdendo la manodopera e chi sa fare. La globalizzazione e l’unione europea non hanno portato più felicità o benessere, ma hanno schiacciato e l’artigianalità italiana». Secondo Casarini c’è una differenza fondamentale tra i Cinesi di Prato e quelli che lavorano a Carpi.«A Prato il fenomeno si è sviluppato diversamente – spiega –. Realizzano il prodotto dall’inizio alla fine: meno raffinato, meno curato e il servizio offerto ai clienti è meno attento con, per esempio, poche taglie e pochi colori. Ma anche grazie a questo riescono a contenere i costi. Fatto sta che Prato va avanti e si espande, mentre Carpi sta morendo».

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