Un Museo ben piazzato ma che può fare di più

In rapporto ai dati finanziari e di frequenza e di frequenza dei maggiori musei italiani

Un Museo ben piazzato ma che può fare di più

Uno studio uscito in  questi giorni fotografa la situazione  finanziaria di quindici  fra i più importanti Musei  e Fondazioni culturali che  non fanno capo direttamente  allo Stato o agli enti locali e  che l’ex ministro Dario Franceschini  volle trasformare in  aziende, autonome sì per la gestione,  ma con lo Stato in posizione  di ente...riparatore. I Musei  di Carpi (Civico e al Deportato,  dal 2016 riuniti sotto l’unica  voce di bilancio “Museo  civico”) non rientrano fra questi,  essendo niente più che una  branca dell’Amministrazione  comunale, ma un raffronto  è comunque interessante anche  per ricavare stimoli e idee  per la gestione. Le cifre assolute  riferite all’anno 2018 non  sono certamente paragonabili:  basti dire che i Musei civici  di Venezia hanno incassato  qualche cosa come 30 milioni  di euro e il Museo egizio di Torino  9,5 milioni, mentre la previsione  2018 per Museo civico  e Museo al Deportato non andava  oltre i 148 mila euro. Ecco  allora che il dato più probante  per qualche raffronto diventa  la percentuale di copertura dei  rispettivi costi.  È qui che si scopre come il  Museo civico e il Museo al deportato  (considerati insieme),  pur non sfigurando del tutto,  si collocano in una posizione  medio bassa che li fa preferire  perfino ad alcune realtà molto  più note, ma che dovrebbe  quanto meno stimolare a fare  meglio e di più. Vediamo,  intanto, le cifre assolute, che  danno una spesa annua di 485  mila euro fra gestione (321  mila euro) e personale (164  mila). Gli incassi si attestano  sugli 8 mila euro per ingressi e  130 mila da sponsorizzazioni,  per un totale di copertura dei  costi del 28 per cento. 

Tale  percentuale di copertura, che  ancora nel 2014 non andava  oltre il 2,5 per cento, diventa il  vero strumento di raffronto.  Se si allarga lo sguardo  al quadro nazionale che ci  restituisce lo studio apparso  in questi giorni, si nota che, a  fronte di eccellenze come le  due citate istituzioni di Venezia  e Torino, che hanno coperture  di costi rispettivamente  del 96 e del 77 per cento, o  della Galleria degli Uffizi,  che arriva all’89 per cento, o  ancora della Reggia di Caserta  che si attesta sull’84, vi sono  realtà – non certo di secondo  piano quanto a patrimonio da  offrire al pubblico – addirittura  inferiori a Carpi. È il caso  dell’illustre Fondazione Maxxi  di Roma, che gestisce il museo  di arte contemporanea della  Capitale e che non va oltre il  19 per cento di copertura. Ma  anche la Fondazione Museion  creata per gestire il museo di  arte contemporanea di Bolzano  e la Fondazione Donnaregina  che si occupa di arte  contemporanea per tutta la  Campania si fermano, rispettivamente,  all’11 e al 3 per  cento. La Galleria nazionale  dell’Umbria, infine, veleggia su  un modesto 8 per cento.  È la media delle quindici  istituzioni – 51 per cento – che  relega piuttosto in basso il 28  per cento di Carpi, traducendosi  in un apporto dalle casse  comunali di 7 euro a visitatore  (considerando il dato atteso  di 50 mila per il 2018), contro  2,76 di ricavi, tra ingressi e  sponsorizzazioni. Sempre  meglio della Galleria nazionale  dell’Umbria, alla quale ogni visitatore  costa 40 euro pubblici  contro 4 di ricavi; o dell’Accademia  di Brera, che ne incassa  10, ma ne spende 14 di contributi  pubblici; per non parlare  della Fondazione Donnaregina  di Napoli che incassa 2 euro a  visitatore, ma se ne fa dare 68;  o il Maxxi di Roma, al quale  ogni visitatore costa 15 euro, e  ne rende 5.  

Si può fare di più e meglio,  si diceva. E molte delle istituzioni  citate si sono mosse sul  terreno più consono a valutare  l’attrattività di una ente culturale:  il fundraising, vale a dire  le sottoscrizioni volontarie. La  Fondazione del Palazzo ducale  di Genova, per esempio, racimola  in questo modo il 26 per  cento dei proventi; il Maxxi di  Roma arriva al 20 per cento  dei propri introiti, percentuale  sfiorata anche dalla Reggia di  Venaria.  Non si ha notizia per Carpi  di iniziative di fundraising,  che partono in genere dalla  classica cerchia degli “Amici  del Museo”, fatta di frequentatori,  non solo locali, ma anche  di collezionisti, appassionati  di cose cittadine, di fotografia  o di arte e artigianato. È una  situazione di “vuoto spinto”  quella che caratterizza invece  l’istituto carpigiano, almeno  sotto il profilo del pubblico:  che si raduna, sì, alle inaugurazioni  di questa o quella  iniziativa, per poi disperdersi  senza dare continuità all’interesse  per l’istituto che le  organizza. Senza calcolare  che la chiamata a interessarsi  dell’istituto è il solo modo che  esista per crearlo, un pubblico:  stabile, competente, interessato  e capace perfino di suggerire  qualche idea.  

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