La mostruosità del normale

La Giornata della Memoria servirà se richiamerà questo tratto dello sterminio

La mostruosità del normale

La Memoria, quella con  la emme maiuscola, quella che  qualcuno nemmeno sa che  esista e che sia esistita, danza  nell’immaginario collettivo  sulle note di un notturno di  Chopin ne “Il pianista” di Roman  Polansky oppure si annega  nel bianco e nel nero di una  lugubre “Schindler list”, portata  sugli schermi da Steven  Spielberg, (anch’essa accompagnata  dalla musica di uno  struggente violino) in cui l’unica  nota di colore è offerta dal  cappottino rosso di una bambina  destinata lei pure inevitabilmente  all’Olocausto.  La Memoria ha il suo giorno,  come ha le sue immagini,  i suoi suoni, il suo odore. Il  giorno è quello in cui 74 anni  orsono, il 27 gennaio 1945, gli  increduli soldati dell’Armata  Rossa entravano nel campo di  concentramento di Auschwitz  e ne constatavano l’orrenda  desolazione. Le immagini,  sono quelle dei corpi scheletriti  dei pochi superstiti e degli  occhi sbarrati dei cadaveri  ammucchiati con le pale meccaniche  nelle fosse comuni  come riportate dagli operatori  cinematografici alleati, quasi  istupiditi di fronte a tanto  orrore. 

 

I suoni sono quelli del  vento che spazza le strade  vuote dei ghetti di Varsavia  e di Roma il giorno dopo i  rastrellamenti per i lager, del  tintinnare del filo spinato  che cinge a doppia mandata i  campi (a partire da quello di  Fossoli fino a quelli di destinazione  finale), del mesto calpestio  di interminabili colonne  di uomini e donne destinati al  macello, all’oblio, al nulla. E  l’odore, quello acre del forno  crematorio che tutto riduce in  polvere e in cenere.  La giornata della Memoria,  che si celebra il 27 gennaio  in tutto il mondo e che vuole  fare Memoria, parte anche da  qui, da sotto le finestre di casa  nostra: dal campo di concentramento  di Fossoli, la porta  italiana dell’inferno nazista,  da Mirandola, dove nei giorni  scorsi è stata murata una “pietra  d’inciampo” per ricordare  la vita e la morte di Odoardo  Focherini, per la Chiesa Beato,  per il mondo testimone e  vittima dell’Olocausto. Certo,  come direbbe Indro Montanelli,  che era contrario alle  “feste comandate”, la Memoria  “...dovrebbe essere spontanea.  L’unica cosa che si dovrebbe  fare è raccontare veramente  e in maniera spassionata ai  giovani, che non lo sanno,  cosa è stata la Shoah, senza  fare mobilitazioni di folle“. In  realtà la tragedia della Shoah  ha commosso cuori e prodotto  seri studi storici: il cinema, lo  si è detto, ha creato capolavori  che rimangono nell’immaginario  collettivo, ma anche la  letteratura ha trovato nella  tragedia dei ghetti, nell’orrore  dei campi di concentramento,  lo spunto per grandi affreschi  che rimangono quali testimonianze  da meditare ogni  giorno alla luce del presente:  Patrick Modiano, premio  Nobel della letteratura, ha  ripercorso la vita immaginaria  di Dora Bruder, ragazzina  ebrea francese, per le vie della  Parigi del 1941. 

 

Saul Friedlander,  storico e premio Pulitzer,  con “Gli anni dello sterminio”  ha documentato incontrovertibilmente  il sistematico piano  di pulizia etnica attuato dalla  Germania nazista negli anni  compresi fra il 1939 e il 1945. E  che dire di Anna Frank e delle  centinaia di migliaia di senza  volto e di senza nome ingoiati  nella voragine?  Ci sarebbe da chiedersi,  anche, se realmente la storia  abbia insegnato qualche cosa  a noi europei visto che filo  spinato, campi di concentramento  e pulizia etnica non  sono parole scomparse dal  vocabolario della contemporaneità  anche e soprattutto  dopo la caduta del muro di  Berlino. Memoria, dunque, da  mantenere viva, magari oggi  più che mai. Ripercorrendo  il passato non solo per fare  qualcosa di commemorativo,  ma per comprenderlo sempre  di più, il passato e il presente,  perché dopo tutto, lo affermava  Hannah Arendt, filosofa  ebrea “… le azioni erano  mostruose, ma chi le fece era  pressoché normale, né demoniaco  né mostruoso”, uno di  noi, forse, ancora oggi, uno  fra noi, insomma, ancora una volta. 

 

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