Superstizioni e credenze nella cultura popolare

Superstizioni e credenze nella cultura popolare

Si sono  incrociate ancora una volta,  le strade di Giulio Taparelli,  il geniale artista, creatore di  quadri e affreschi, nonché  collezionista di “statue, mobili,  marchingegni della estinta  cultura contadina” (Giuseppe  Pederiali), scomparso nel  maggio 2016, e di Luciano  Pantaleoni, architetto della  Coop Andria, ma anche  curioso esploratore del dialetto  e instancabile raccoglitore di  testimonianze  della cultura  orale emiliana.  L’ultima volta  era stata la  pubblicazione  di “Fantastiche  creature della  pianura emiliana  e dintorni”: un  libro originale  e affascinante  nel quale i testi  di Pantaleoni e  le raffigurazioni  di Taparelli  concorrevano a raccontare  storie depositate da secoli nella  cultura popolare e animate  da creature buone o cattive,  terrificanti o mostruose, grandi  e piccole scaturite dalla fantasia  della gente semplice, in un  immaginifico bestiario fatto  di draghi e serpenti, felini e  uccelli, vecchiette e streghe,  principi e maiali. 

 Il secondo incontro lo  rappresenta questo “Pèla ed  bèsa: credenze della cultura  popolare emiliana” (San  Martino in Rio 2018, 215  pagine, 16 euro), approdato  da poco alle librerie e scritto  da Luciano Pantaleoni con  i disegni, questa volta non  più a colori, ma al tratto,  del compianto Taparelli.  L’immenso materiale costituito  da credenze e superstizioni  che allignano da secoli nella  fantasia popolare soprattutto  per spiegare l’inspiegabile,  viene organizzato da  Pantaleoni in diversi capitoli  che riguardano gli eventi  apportatori di fortuna  o sfortuna, i presagi e le  interpretazioni del futuro, i riti scaramantici e quelli  propiziatori, i malefici, i  consigli e le antiche pratiche  legate alla medicina popolare  con tutto il corollario di  annessi e connessi.  Il titolo, per fare un  esempio, si collega proprio  alla fortuna, evocando uno  dei mostri più conosciuti  della pianura, il biscione con  la cresta, usato spesso a fini  scaramantici come decorazione  dei carri agricoli. Ritrovare  una pelle di biscia è sempre  stato un segnale di buona sorte,  quanto meno per la certezza  che l’animale, innocuo dalle  nostre parti, ma ugualmente  impressionante e al quale è  sempre stato attribuito il potere  di avvelenare, se n’è andato,  consegnando poteri magici al  possessore del suo involucro.  

Le analisi affidate ai testi di  Pantaleoni, con il corredo  dei disegni  di Taparelli,  attingono un  po’ al racconto,  assecondando  fantasie e  invenzioni,  e molto  all’antropologia  e alla spiegazione  razionale. Sempre  in materia  di fortuna,  come non  collegare, per  esempio, il rito  propiziatorio del toccare  la gobba, con il senso di  rigonfiamento da ricchezza  che poteva trasmettere alla  fantasia popolare la classica  deformazione? E si procede  così, per più di duecento  situazioni fra le quali  spiccano le credenze e gli  esorcismi legati alla salute, ai  comportamenti bizzosi della  natura, alle previsioni, allo  stornare il male e al propiziare  il bene.  Credenze o superstizioni?  Il confine è labile, osserva  Pantaleoni nel testo  introduttivo, accreditando  la teoria secondo la quale  le credenze nascono dal  tentativo di spiegare,  controllare e rendere credibili  gli eventi e si trasformano in  superstizioni quando insistono  a sopravvivere, nonostante  siano intervenute spiegazioni  razionali. In altri termini, è il  consesso civile che stabilisce  che una certa credenza  possa sussistere oppure no,  diventando un archetipo di  paura e irrazionalità o speranza  nella mentalità dei più. 

335 visualizzazioni