Il console amico degli irredenti

Il diplomatico carpigiano Gazzurelli e i prigionieri italiani in divisa austriaca nei campi russi

Il console amico degli irredenti

Il campo di prigionia di  Kirsanoff, in Russia: dove avevamo  già sentito il nome di questa  località? La cita un servizio on line  del quotidiano la Repubblica dedicato  a un ufficiale dei Carabinieri,  Cosma Manera, morto nel  1958 a 82 anni a Torino, ricordato  in questi giorni sul quotidiano  romano come “il carabiniere  che salvò diecimila uomini nella  Grande Guerra”. L’impresa, racconta  il giornale, venne condotta  a termine fra il 1916 e il 1920,  in più fasi, da colui che all’epoca  era un maggiore dell’Arma, incaricatoI  proprio di questa missione  dal governo italiano.  Chi erano quegli uomini?  Una parte dei 65 mila italiani  arruolati dall’esercito austro ungarico  nel Trentino e in Friuli,  ancora sotto il dominio di  Vienna, e spediti fin dal 1914 a  combattere lontano, in Galizia,  sul fronte russo. 

Con l’entrata in  guerra nel 1915 dell’Italia, quelli  che fra loro erano stati catturati  dai Russi e rinchiusi nel campo  di Kirsanoff e di altre località, anche  per l’opera di un diplomatico  italiano in Russia avevano più  o meno convintamente giurato  fedeltà all’Italia, mutando automaticamente  la loro condizione  da prigionieri ad alleati. Il che  aveva indotto il governo zarista,  prima, e poi quello bolscevico,  a lasciarli liberi. Ed è in questo  mutato quadro politico che Cosma  Manera svolse la sua difficile  missione del rimpatrio: nel  settembre 1916, ancora sotto lo  Zar, quando riuscì a imbarcarne  per l’Italia 1.600; ma, dopo la  Rivoluzione, con difficoltà inenarrabili  per altri tremila che,  trasportati in un primo tempo al  porto di Arkangelsk, riuscirono  in minima parte a partire, mentre  il resto, lasciato a terra dai piroscafi,  si sobbarcò una tremenda  traversata della Russia devastata  dall’anarchia e dalla guerra civile,  sfidando il durissimo inverno siberiano,  per raggiungere la concessione  italiana di Tien Tsin, in  Cina. Senza peraltro poter varcare  il confine, se non nel 1918,  alla fine delle ostilità,  per salire su navi dirette  negli Stati Uniti  e poi in Italia. Gli  ultimi, la cosiddetta  “legione redenta”,  Cosma Manera riuscirà  a rimpatriarli  solo nel 1920.  Ma dove avevamo  già sentito una  storia simile? E il nome Kirsanoff?  Per la precisione, è stata  raccontata sul numero 9 di Voce  del 9 marzo 2017, in un servizio  dal titolo “Il testimone della Rivoluzione”.  

L’articolo, però, menzionava  soprattutto un altro protagonista  del rimpatrio del primo gruppo  di militari italiani irredenti internati  in quel campo, il diplomatico  che si preoccupò delle loro  condizioni di prigionieri, che li  convinse a schierarsi con l’Italia  e che, soprattutto, li censì, recandosi  più volte nei luoghi in cuierano detenuti.  Si tratta del carpigiano Adelchi  Gazzurelli, figlio di Filippo e  di Sofia Pio di Savoia, proprietaria  della villa di via Zappiano  e console generale italiano a  Mosca dal 1914 al luglio 1917,  immediatamente prima della Rivoluzione  d’ottobre,  morto nel 1928, sepolto  nel cimitero  di Carpi e della cui  carriera diplomatica  Voce si è occupata in  quell’articolo.  Della missione  del diplomatico carpigiano  fa cenno Silvio  Viezzoli nel suo  “Tre anni in Russia: 1914-1916.  Diario di un trentino soldato di  Sua Maestà l’Imperatore d’Austria”  (1928).  Ma sulla vicenda e sul ruolo  che vi ebbe Adelchi Gazzurelli  – mai ricordato nei servizi dedicati  a Cosma Manera – sappiamo  oggi qualche cosa di più grazie al  libro di Andrea Di Michele “Tra  due divise: la Grande Guerra degli  Italiani d’Austria” pubblicato  quest’anno dall’editore Laterza.  Il nome del diplomatico di Carpi  vi compare come destinatario,  in quanto console d’Italia a Mosca, di un fiume di lettere  partite fin dal giugno 1915 dai  soldati trentini e friulani prigionieri  dei Russi. Fra queste lettere  ve ne erano di ufficiali e soldati  che dichiaravano la decisa scelta  italiana e la volontà di liberarsi  “da quele cattene austriache”; altre  di militari che, pur convinti  della opzione per l’Italia, chiedevano  informazioni per non finire  nei guai. E c’erano infine quelli  che volevano sapere se, una volta  rimpatriati, non avrebbero corso  il rischio di essere rispediti al  fronte, questa volta con la divisa  dell’esercito italiano. Alle lettere  di questi ultimi, ritenendole  animate da opportunismo, Gazzurelli  apponeva tre punti esclamativi,  considerandole indegne  di una replica, mentre a tutti gli  altri era costretto a rispondere  che non erano ancora state prese  decisioni definitive.  Il nome di Gazzurelli compare  più avanti, nel libro di Di  Michele, per i tre viaggi ispettivi  da lui compiuti tra novembre  e dicembre 1915 in altrettanti  luoghi di prigionia a Kirsanoff,  Orloff e Omsk e un quarto in  Turchestan, nel maggio 1916. A  ogni viaggio faceva seguire lunghi  rapporti al Ministero degli Esteri che parlavano delle difficili  condizioni dei militari detenuti,  trattati alla stregua di delinquenti  e ai quali le autorità russe, sapendoli  in procinto di essere liberati,  non garantivano più quanto necessario  per sopravvivere. I rapporti  elencavano i provvedimenti  a favore dei prigionieri ottenuti  da Gazzurelli e registravano anche  le tensioni che si creavano  fra gli stessi militari, divisi fra  quanti simpatizzavano per l’Italia  e quelli che invece intendevano  rimanere fedeli all’Austria. Ma  oltre a preoccuparsi delle condizioni  dei prigionieri, il diplomatico  di Carpi redasse anche le  liste con i nomi di tutti i 1.267  detenuti nei campi.  visitati E li distinse  fra gli entusiasti di  schierarsi con l’Italia,  pronti a prendere  le armi contro  l’Austria (circa un  terzo, fra ufficiali e  soldati) e il gruppo,  molto più numeroso,  di coloro che temevano  rappresaglie sulle famiglie  rimaste in territorio austriaco e  che, considerando ancora incerto  l’esito del conflitto, non avrebbero  voluto trovarsi dalla parte di  un’Italia eventualmente sconfitta.  Il giudizio e il consiglio di Gazzurelli,  ricorda Di Michele, era  che, escluse le “vipere”, come le  definiva lui, cioè quanti simpatizzavano  per l’Austria e avevano  svolto anche prima della guerra  opera di spionaggio in suo favore,  il Governo italiano dovesse fidarsi  anche degli incerti. Nei suoi  rapporti descriveva infatti queisoldati come per lo più gente  semplice, operai e contadini che  conoscevano l’Italia solo attraverso  lo specchio deformante  della propaganda austriaca, ma  che in cuor loro desideravano “...  ardentemente – sono parole sue  desunte dai rapporti – divenire  italiani”. È la versione che affidò  anche a un articolo comparso a  sua firma sulla Domenica del Corriere  del 23 gennaio 1916 dove  si diffondeva sui sentimenti patriottici  riscontrati fra gli internati  di Kirsanoff.  Oltre a ottenere miglioramenti  per quegli uomini, le missioni  di Gazzurelli, i suoi rapporti  e il suo articolo ebbero l’effetto  di concorrere ad alimentare un  moto di opinione pubblica a favore  dei prigionieri “irredenti”. I  giornali presero a spedire inviati  nei campi, come Virginio Gayda,  de la Stampa, autore di impetuosi  resoconti. Pubblicarono lettere  e appelli degli stessi prigionieri,  sottolineandone, magari con un  po’ di esagerazione patriottica,  la sincera italianità e la voglia di  tornare a combattere per il Regno  d’Italia. Di pari passo procedevano  le critiche contro le inerzie  del ministro Sonnino, mentre  crescevano l’impazienza dei  prigionieri, la loro rabbia per il  permesso di lasciare i campi concesso  solo agli ufficiali con mezzi  sufficienti per pagarsi il viaggio,  il pericolo che nei campi si creassero  tensioni ingestibili. Da qui  la svolta del governo Salandra  della primavera del 1916, ispirata  dall’ambasciatore Carlotti: approfittare  dello scioglimento dei  ghiacci al porto di Arkangelsk  per imbarcarvi i soldati. La cosa  avverrà solo a settembre: e sarà  l’operazione che vedrà coinvolto  Cosma Manera (era stato spedito  in agosto a San Pietroburgo proprio  per quella missione), che si  guadagnerà così i gradi di maggiore,  essendo riuscito a organizzare  il viaggio sfruttando un vecchio  piroscafo austriaco ormeggiato  nel porto sul mar Bianco. Il  piroscafo approderà a Glasgow, in  Scozia da dove i soldati liberati,  caricati su un treno,  attraverseranno l’Inghilterra  fino a Southampton  per imbarcarsi  di nuovo, con  meta Cherbourg, in  Francia. Sempre in  treno attraverseranno  la Francia per arrivare  finalmente a Torino.  Una odissea: nulla  tuttavia a confronto con quelle  che attendevano gli altri ottomila  soldati ancora detenuti e per  i quali si adoperò soprattutto il  maggiore Cosma Manera negli  anni successivi. Il console Adelchi  Gazzurelli, che tanto si era  adoperato per far conoscere la  situazione dei prigionieri italiani,  sarà costretto a lasciare la Russia  nel maggio del 1917, in pieno  clima rivoluzionario, rimosso a  seguito di una imprudente intervista  che si rivelerà un incidente  diplomatico. 

169 visualizzazioni