Sfrutta, sporca e spreca. Il brutto della fast fashion

Un libro di Dana Thomas rivela l’altra faccia di velocità e basso prezzo

Sfrutta, sporca e spreca. Il brutto della fast fashion

L’autrice nelle fabbriche dove un capo rivenduto a 19 dollari è costato 19 centesimi

“Se la tua T-shirt costa meno di un panino devi chiederti perché. Come minimo c’è dietro uno schiavo, un bambino che lavora in condizioni spaventose, una fabbrica che non ha impianti di depurazione e vomita le sue schifezze nell’ambiente” ha affermato di recente in una sfilata Vivienne Westwood, iconica stilista inglese che da tempo sostiene la causa ambientalista. Quello della moda è il secondo settore manifatturiero in Italia (il primo è l’industria metallurgica) con 78 miliardi di fatturato aggregato (dati Ufficio studi Mediobanca) e 82 mila imprese attive. Anche nel mondo ha tutta un’altra serie di “primati” non proprio lusinghieri: dopo l’industria del petrolio, quella tessile è la più inquinante per l’ambiente, dalla quantità di pesticidi riversati nelle piantagioni di cotone (il 18 per cento della totalità), alle sostanze chimiche utilizzate per trattare i tessuti e poi ritingerli, alla impossibilità di smaltire gli abiti in fibre non naturali in modo ecologico, fino alla quantità di acqua necessaria per produrre un capo di cotone (3 mila litri per una camicia, 7 mila per i jeans). 

E come in tutti gli altri comparti industriali, anche nella moda il tema della sostenibilità ha cominciato a suscitare una serie di prese di posizione e movimenti. Il fenomeno della moda veloce (la cosiddetta fast fashion) ha ulteriormente moltiplicato abusi ed eccessi, creando danni a volte irrimediabili alla natura e alle persone costrette a lavorare in condizioni penose. Queste tematiche sono al centro di un libro che sta suscitando molto interesse, non soltanto nel mondo della moda. Si intitola “Fashionopolis: the price of fast fashion and the future of clothes” (che tradotto significa: “Il prezzo della moda veloce e il futuro dei vestiti”), è uscito pochi giorni fa ed è stato scritto dall’autrice americana di best seller Dana Thomas. La scrittrice ha viaggiato in tutto il mondo, visitando anche luoghi pericolosi – fabbriche come il Rana Plaza in Bangladesh dove nel 2013 sono morte più di mille persone al lavoro –, ha fatto domande scomode e investigato temi scottanti, andando a fondo in questioni molto delicate. La concorrenza fra i brand prevede costi di produzione sempre inferiori per poter essere sempre più competitivi, imponendo alle aziende fornitrici contratti con condizioni economiche e di lavoro spaventose. Nel libro la Thomas aiuta a capire che cos’è e dove sta andando la fast fashion. 

“È l’abbigliamento realizzato in grandi quantità e alla velocità della luce venduto a prezzi stracciati in migliaia di negozi in tutto il mondo – scrive –. Copiano la moda dei top designer e ne realizzano una versione economica. Hanno un modello di business incentrato sull’economia di scala ed è per questo che ci ritroviamo inondati di vestiti (ottanta miliardi all’anno)”. I marchi più conosciuti della fast fashion (Zara, H&M, Pull&Bear, Bershka, Topshop soltanto per citarne alcuni) impongono ogni 15 giorni un cambio di articoli nei loro negozi, a un prezzo medio di 19,99 dollari. Non è difficile immaginare che cosa ci sia dietro quelle due velocissime settimane a un prezzo così competitivo: manodopera a bassissimo costo, inquinamento e scarsa qualità delle materie utilizzate. La scrittrice fa i conti per i lettori: “Se qualcosa costa 19,99 dollari, la regola generale è che probabilmente la persona che l’ha fatta è stata pagata 19 centesimi”. Nonostante tutto, però, qualcosa di sta muovendo. Sia dal versante delle aziende (a settembre 32 big della moda hanno firmato il “Fashion pact” impegnandosi a rivedere i processi produttivi e a diminuire l’impatto sull’ambiente) che da quello dei consumatori, sempre più attenti e consapevoli. Ma quali sono, secondo Dana Thomas, i comportamenti virtuosi da adottare? Innanzitutto comprare meno vestiti, puntare sulla qualità, ma anche utilizzare cicli di lavaggio a basse temperature e con centrifughe meno forti (per limitare il rilascio di microplastiche da parte dei capi sintetici e per far durare di più i capi). “In media un capo della fast fashion – ci ricorda – viene utilizzato solo 7 volte prima di essere gettato via”.

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