Come cambia la formazione

Mentre partono i corsi di ForModena, il convegno di Milano dischiude nuovi orizzonti

Come cambia la formazione

Le aziende recuperano i “mestieri” del saper fare. Ma si cercano anche nuove figure ibride che demoliscono i vecchi confini e le figure del passato.

Il mondo della moda è in costante evoluzione e se da una parte è sempre alla ricerca di nuovi stimoli e menti visionarie, dall’altra richiede competenze tecniche avanzate e un ritorno al “saper fare”. Già da alcuni anni si avverte la necessità di riutilizzare mestieri antichi come il calzolaio e il sarto con un know how che le aziende vogliono recuperare perché sono figure che sanno realizzare, non soltanto disegnare, la moda ad alti livelli e che danno vita all’unicità di un brand, dal momento che la qualità è qualche cosa che non si copia facilmente.

Allo stesso tempo però si assiste alla sempre maggiore affermazione e richiesta di nuove figure “ibride”: brand manager, merchandiser, creative director e stylist che prendono il posto dello stilista “romantico” degli anni Novanta. Il successo di alcuni designer deriva dalla capacità di reinventare il brand, dal far quadrare le collezioni in modo da non aver rimanenze; talvolta non disegnano affatto, ma danno istruzioni a chi poi realizza abiti e accessori o fanno ricerca e compongono stili. Lo stesso vale nel business, dove non basta più una mera gestione numerica ma è richiesta la capacità di inventare e plasmare modelli business in modo “creativo”. Ed è così anche per la comunicazione, dove centrale non è più il media planning ma la creazione di contenuti significativi. In risposta a questi trend, anche le scuole si devono attrezzare, cercando di superare il tradizionaSul tema della formazione e, nello specifico, su come diventare fashion designer (possibilmente di successo), la rivista Vanity Fair ha pubblicato sul suo sito un’intervista ad Alessia Santi, direttrice creativa e fondatrice del marchio Manila Grace che fa capo al gruppo carpigiano Antress Industry. La stilista – che in realtà afferma di non amare questo appellativo perché “non si tratta solo di disegnare abiti, ma di costruire uno stile di donna e di vita” – racconta di aver iniziato la propria carriera nel 1989, a soli 16 anni, come apprendista in una sartoria. “Per scegliere questo percorso, evitando quindi di continuare gli studi – ha detto –, sono andata contro tutti. La prima cosa che mi sento di dire ai ragazzi che vogliono fare questo mestiere è: dovete sentirlo dentro ed essere disposti al sacrificio”. Ma l’Università, quindi, per i giovani che vogliono intraprendere questa professione, non ha senso? Meglio concentrarsi sulla pratica? Non proprio. “Oggi bisogna per forza andare all’Università e costruirsi una preparazione che faccia da zoccolo duro – spiega –. È indispensabile per stare al passo con un mondo sempre più veloce”. Alla domanda “Quali doti cercherebbe se dovesse scegliere un apprendista?”, la creativa risponde: “Lo capirei dall’intesa e soprattutto da una parola chiave per il mio mondo, che è la sensibilità”. Infine, un’ultima regola d’oro per il buon stilista: saper lavorare in squadra. “Il mondo della moda è frenetico e richiede tante energie, ma anche la capacità di collaborare – conclude Alessia Santi –. Si ha bisogno di persone attorno per generare ispirazione, confronto e idee”. cla.ros. le dualismo tra Fashion Design e Fashion Business. Lo ha fatto per esempio il Polimoda di Firenze con l’aggiunta di nuovi corsi per Art Direction e Design Management. Nei giorni scorsi l’istituto fiorentino, insieme all’Istituto Marangoni e alla Domus Academy (entrambi di Milano), è stato inserito dal Bof (Business of Fashion) nella top ten delle scuole internazionali, dove andare a studiare moda. È il segnale che in Italia il mercato della fashion education è piuttosto dinamico dato che “muove”, secondo una recente ricerca promossa dallo stesso Istituto Marangoni insieme a Deloitte, un valore di 75 milioni di euro e vanta un tasso di crescita medio annuo del nove per cento. La ricerca è stata presentata il mese scorso nell’ambito della prima edizione del “Fashion Education Market Monitor Summit” svoltosi a Milano (nel grattacielo Pirelli) con l’obiettivo di analizzare l’evoluzione dei modelli organizzativi del settore moda e il ruolo che la formazione deve svolgere per rispondere alle esigenze professionali del fashion system. Entrando nel dettaglio, le scuole italiane (che su scala mondiale coprono una quota del 15 per cento) sono “forti” nell’ambito del Fashion Styling, mentre per il Fashion Design devono competere con il Regno Unito e gli Usa. Sul fronte del Fashion Business “vincono” invece le francesi mentre la Cina è per lo più orientata al fast fashion. Tutto bene quindi? Abbastanza, ma chi si occupa di formazione, soprattutto in Italia, non deve abbassare la guardia su alcuni fattori chiave. Innanzitutto sul fatto che le figure richieste oggi non sono le stesse ricercate nel passato, anche recente. Tommaso Nastasi di Deloitte ha ricordato come non abbia più senso un professionista focalizzato, per esempio, solo sullo stile. “È necessaria una visione di brand e di business, perché quello che emerge delle testimonianze delle aziende monitorate è chiaro – ha affermato –: chi si occupa di creatività deve avere quello che viene definito business acumen, oltre a dotarsi di capacità tecniche avanzate come la conoscenza dei tessuti”. Anche l’imprenditore del cachemire Brunello Cucinelli, intervenuto al convegno insieme a diversi prestigiosi nomi della moda come Santo Versace, ha sottolineato l’importanza della manualità e della tradizione. “La formazione deve ridare dignità al lavoro, in primis quello manuale – ha detto –. Senza le sarte una collezione non esce (…). Oggi i giovani hanno paura del lavoro manuale, una paura che siamo stati noi genitori a inculcare nei figli, ma che deve lasciare il posto alla speranza. Noi italiani siamo manifatturieri veri: quello che ci serve di più e ci connota sono le mani sapienti, le magliaie, le sarte, a cui bisogna offrire un contesto di lavoro dignitoso”. Tornando in ambito locale, nei giorni scorsi è stato presentato il bilancio dei primi sei anni di vita di Carpi Fashion System (2012-2017). Per la formazione tecnico-professionale sono stati investiti 1 milione 687 mila euro (486 mila da Cfs) destinati a 90 attività realizzate tra corsi, seminari e convegni di settore per 532 partecipanti e 231 imprese coinvolte negli stage aziendali.

I corsi si svolgono nella sede carpigiana di ForModena che, nella programmazione, tiene conto delle richieste che vengono dalle aziende le quali, sempre più spesso, cercano personale dalle competenze tecniche, in grado di valorizzare, adattandola alle nuove tecnologie, la tradizione manifatturiera del distretto locale. Accanto ai corsi di formazione – il prossimo in partenza è quello di “Modellista dell’abbigliamento” che prevede 450 ore di cui 200 di stage – le proposte di ForModena includono anche corsi di aggiornamento per gli operatori del settore e per le imprese come per esempio: Adobe Illustator e Adobe Photoshop per il prodotto moda, Modellistica Cad e Qualità dei Materiali.

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