Cerimonia tra la legge del mercato e la sciatteria

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Cerimonia tra la legge del mercato e la sciatteria

Lo confesso, sono all’antica: mi ha fatto un po’ male al cuore veder ondeggiare, fra i banchi del mercato del sabato, tra abiti e manufatti made in China, fra frutta e verdura di stagione e qualche pentola di ultima generazione (quelle che non attaccano), il gonfalone della Città di Carpi, decorato di medaglia d’argento al valor militare e di medaglia d’oro al valore civile.

 

Mi ha fatto anche un poco sorridere veder la banda cittadina, inquadrata per quattro, stringere i ranghi, scompaginarsi  e farsi strada quasi a gomitate fra la gente che non capiva l’intrusione di un corteo con tanto di bandiere e labari nel bel mezzo dello shopping del sabato mattina. Mi ha deluso anche vedere che alla manifestazione del 4 novembre (che è al contempo festa “dell’Unità Nazionale” e festa delle Forze Armate) le bandiere delle associazioni combattentistiche e d’Arma si vanno riducendo di anno in anno, in particolare quelle dei gruppi partigiani (quest’anno due soli gli stendardi presenti). E’ amaro poi constatare come, a fronte di entusiasti bambini delle elementari seriamente impegnati a cantare l’inno nazionale, si fosse schierata nel cortile del palazzo dei Pio una frotta di genitori solo intenti a fotografare coi cellulari i rispettivi rampolli (ed immediatamente pubblicarne la foto su face book) , distrattamente immemori della antica tradizione di scoprirsi la testa (per i pochi che avevano il cappello), togliersi le mani di tasca (per i molti che invece lo hanno fatto) e magari cantarne anche loro il ritornello dell’inno di Mameli, quello stesso che i nostri calciatori della Nazionale sono stati costretti ad imparare (a fatica) e cantare prima degli incontri internazionali.

Se poi ci aggiungiamo qualche Vigile Urbano in divisa che saluta militarmente in qualche modo e le solite sbavature del cerimoniale che va per suo conto, ecco, ne salta fuori un quadro certamente poco patriottico della celebrazione di una festa che dovrebbe essere occasione di amalgama e di coesione sociale e che invece si risolve piuttosto come un pittoresco momento di ludicità.

Ora, è vero che sono passati (speriamo per sempre) i giorni degli schieramenti granitici, delle parate vanagloriose e delle allocuzioni mirabolanti, ma anche la Repubblica ha una sua dignità che può e deve essere salvaguardata nei momenti istituzionali per non svilire i concetti stessi che la sottendono e che reclamano un minimo di serietà. Deporre una corona d’alloro sotto la lapide dei caduti è sì un atto simbolico ma non può diventare solo un atto privo di significato, perché è uso fare così. E se il sabato del 4 novembre è giorno di mercato si può trovare una soluzione alternativa al transitare in mezzo ai banchi, magari facendone spostare alcuni, si può trovare un Vigile che il saluto militare lo sa fare passabilmente, e, a scuola, si possono istruire anche i genitori ad un maggiore senso civico che passi anche per il rispetto del tricolore e dell’inno nazionale che rappresentano l’unità del Paese.

Non arrendersi soltanto alla “lex marcatoria”, quella del mercato, subendola passivamente.   

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