L'antidoto alle fake news

L'antidoto alle fake news

L'opinione di Michelangelo Coltelli, fondatore di Butac, sito anti bufale sul mondo dell'informazione

«Diffidate di chi vi parla di regolamentazione della rete, di censura e di chi demonizza internet come il colpevole. La rete è semplicemente un mezzo di diffusione delle informazioni e come tale può essere usato con buone o cattive intenzioni». Ne è convito Michelangelo Coltelli, “sbufalatore” e blogger autodidatta che nel 2013 ha fondato “Butac – Bufale un tanto al chilo”, sito d’informazione anti “fake news”, ospite dei Mangabeats, domenica 30 settembre nell’ambito del festival Carpi Smart, per parlare dello stato del giornalismo e della comunicazione oggi.

La scelta delle virgolette su “fake news”, non è casuale e Coltelli ha spiegato perché: «Il termine è di per se sbagliato: in Italia lo traduciamo come notizie false, ma il concetto è più complesso. Si tratta più che altro di notizie travisate, misinformation, nate cioè da fatti reali e poi decontestualizzate, estremizzate, in buona o in cattiva fede. Il problema è che oggi si tende a bollare tutto come “falso”, dimenticando il fondo di verità che di fatto esiste nella notizia».

 

Coltelli ha portato diversi esempi alla platea, come la speculazione sull’olio di palma, la Xylella degli ulivi pugliesi, la battaglia contro il glifosato, i soldi “spariti” destinati ai terremotati e le incontrollabili storie sugli immigrati, dai “35 euro che si intascano ogni giorno”, all’ingiustizia sociale che “condanna gli Italiani e si mostra permissiva con gli stranieri”.

 

«Queste bufale vanno a toccare i sentimenti più intimi delle persone, agiscono su pregiudizi e stereotipi già esistenti nelle loro menti e li portano a indignarsi e a credere che quelle notizie siano vere. Ma se diffondere una “fake news” è assolutamente semplice e virale, le smentite e le correzioni non si diffondono altrettanto capillarmente e quelle persone rimangono convinte di ciò che hanno letto».

 

In questo i social network giocano sì, un ruolo fondamentale: «Alcune bufale indignano facendo scattare l’impulso di condividerle con il resto del mondo. Sono costruite per spingere le persone a condividere senza riflettere – ha spiegato Coltelli –. A ciò si aggiunge il fenomeno delle echo chambers, le “bolle informative”: sui social si tende ad aggregarsi per interessi comuni, a cercare amici e conoscenti che condividono le nostre idee e i nostri valori, alimentando ulteriormente le nostre convinzioni. Si creano dei gruppi chiusi in cui continuano a circolare sempre le stesse informazioni e, si sa, una bugia ripetuta cento volte diventa una verità. Il problema oggi è proprio “bucare” queste bolle, entrare nei gruppi e cercare di combattere la cattiva informazione. Ma purtroppo in queste dinamiche, chi la pensa in maniera diversa dal resto del gruppo, viene isolato e cacciato. Sono aggregazioni che ricordano le sette».

Per combattere questi fenomeni però, serve molto impegno da parte di tutti: «Gli algoritmi di oggi non sono ancora in grado di distinguere tra opinioni, fake news, satira e politica. Servirebbe maggiore responsabilità da parte dei giornalisti che, nella corsa alle notizie, si dimenticano di verificarle, ma anche da parte degli utenti. Milioni di persone oggi utilizzano computer e telefoni senza che nessuno abbia mai insegnato loro a usarli, senza conoscerne le potenzialità».

 

Gli unici antidoti alla cattiva informazione, dunque, sono abilità che non si imparano su internet: «Spirito critico ed etica: fermarsi a riflettere prima di condividere, verificare su più fonti, magari in prima persona. Rispondere alle notizie false con le informazioni verificate e con un dialogo costruttivo con chi la pensa diversamente da noi», ha concluso Coltelli.

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